Priebke: un funerale e uno «scandalo» mancato…

Strana religione il cristianesimo, tanto che qualcuno ritiene che la parola “religione” sia addirittura un cappotto ingombrante per un messaggio che ha sconvolto il panorama religioso dell’umanità. Mi vien da pensarlo, alla luce della vicenda del mancato funerale di Erich Priebke. Ho espresso in un altro post la mia opinione in merito, cercando di fondarla unicamente sul Vangelo e senza negare le esigenze di una sua incarnazione nella necessaria prudenza delle scelte storiche e pastorali. Del resto, la grande avventura del cristianesimo in due millenni di storia è proprio la fatica di rendere attuale e storico un messaggio che ha il profumo dell’eternità, e bisogna riconoscere che non tutte le “incarnazioni” cristiane sono riuscite nell’intento, senza però spegnere l’originalità della Parola evangelica, che scoppietta ogni volta nel camino, riemergendo dalla cenere, dopo aver sonnecchiato nella brace.

Eppure, evitare il giudizio e le reazioni violente (non solo verbali) della massa, la quale potrebbe non comprendere una decisione che va controcorrente rispetto al senso comune, mi pare una motivazione non fondata sulla prudenza, ma sulla convenienza. E lo dico nel rispetto di un pronunciamento – quello del Vicariato di Roma – a cui mi sarei adeguato anch’io, come prete in obbedienza al suo vescovo. Ma nella convinzione, anche, che il Vescovo di quel vicariato è nientemeno che il Papa, questo papa in particolare, che, nelle vesti tanto amate di vescovo di Roma, da mesi ci ripete ossessivamente una sola parola, che egli considera giustamente centrale nel messaggio di Gesù: misericordia. Più di un fedele mi ha ringraziato per quanto ho scritto, in difesa di una misericordia sine glossa da far prevalere su tutto. Un prete ha commentato: «”A pelle” ho reagito come la massa, le tue parole mi hanno spinto a riflettere e capire meglio cosa c’è in gioco nel mio essere prete».

Già, che cosa c’è in gioco nel nostro essere cristiani? Quando il signor Priebke ordinò il rastrellamento e l’eccidio delle Fosse Ardeatine, Gesù si nascondeva sicuramente tra quelle povere vittime innocenti, quasi fosse ritornato a Roma a farsi crocifiggere una seconda volta (come nella famosa scena del Domine quo vadis). Ma quando lo stesso soggetto – un assassino impenitente, fuggitivo e braccato – diviene un carcerato – tardivamente e, per alcuni blandamente, punito dalla giustizia umana – egli, secondo la magnifica espressione delle opere di misericordia, diviene uno da visitare e a cui cercare di trasmettere il messaggio liberatorio dell’amore, del pentimento e del perdono. E quando quell’uomo, giunto alla soglia dei cent’anni, muore, ricade in un’altra opera di misericordia: è un cadavere da seppellire, secondo un’antichissima forma di pietà che la prassi attuale della cremazione ha drasticamente abbreviato e anche un poco immiserito. La ragione – non la fede – domanda che si conceda di seppellire i morti, tutti, anche gli assassini più efferati. Invece, scopriamo che la società dei diritti non sa distinguere la sacrosanta memoria dell’obbrobrio nazista dalla laica pietà per un morto.

Si scatenano così – sostenute dalle impaurite dichiarazioni dei politici, sempre pronti ad andare dove corre il consenso della gente – gazzarre e violenze, quasi che l’uomo di oggi abbia bisogno sempre di una scintilla per scaricare la propria tensione, accumulata dentro esistenze che si dipanano in matasse di vita a cui spesso manca proprio un bandolo. La parola di Gesù è questo bandolo, ed è sicuramente impegnativa, se anche un carnefice può – anzi deve – diventare scandalosamente oggetto di misericordia divina e umana.

Eppure, domandiamoci, che cos’altro di veramente importante c’è in gioco nella nostra vita? Rubando la definizione che papa Francesco ha dato di se stesso, ciascuno di noi dovrebbe dire soltanto così: «Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato». La missione del cristiano nel mondo è portare questo sguardo a ogni uomo, si chiamasse pure Erich Priebke. Continuo, pertanto, a credere che un rito funebre cristiano e cattolico, intriso di carità e verità, celebrato in suo suffragio tra le mura di una chiesa, sarebbe stato davvero uno “scandalo”, uno di quelli che costringono i cristiani intiepiditi di oggi a domandarsi dove sta il cuore della loro fede.

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3 thoughts on “Priebke: un funerale e uno «scandalo» mancato…

  1. Domandiamo al Dio Amore che avrebbe fatto? Credo che il perdono sarebbe al primo posto, il resto del giudizio è nella sua “mente”. La frase di Papa Francesco può dare la risposta. Grazie per tutti i suoi commenti alla Parola di Dio sono molto profondi. Grazie!

  2. Il teologo R. Niehbur ha cosí sintetizzato la pericolosa deriva del cristianesimo moderno che ha eliminato progressivamente la giustizia di Dio, i concetti di peccato e di giudizio ( e quindi anche di grazia) e la Croce:

    A God without wrath brought men without sin into a kingdom without judgment through the ministrations of a Christ without a Cross.”

    È un altro Evangelo nel quale un sempre maggior numero di persone non si riconoscono piú.

    • Carissimo, al teologo protestante nordamericano Reinhold Niebuhr (si riferisce a lui?) che scrive (traduco per i lettori che non conoscono l’inglese, sperando di non sbagliare) «Un Dio senza ira ha portato gli uomini senza peccato in un regno senza giudizio attraverso gli aiuti di un Cristo senza croce», risponderei con quest’altra frase che mi sembra più confacente al dettato neotestamentario: Un Dio appassionato e pieno d’amore ha caricato i peccati degli uomini sul proprio Figlio senza peccato e attraverso la Croce li ha condotti nel suo Regno. La mia «religione» è questa.

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