Dopo Fabiana, rimboccarsi le maniche dell’educazione all’amore…

«Lacrime e applausi sono tutti per te, ma ora è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche». Pare che i compagni di Fabiana Luzzi, la ragazza barbaramente uccisa dal fidanzatino a Corigliano Calabro, vogliano aggiungere la loro parola alle tante pronunciate in questi giorni, ed è una parola di impegno rivolta ai loro coetanei e al mondo degli adulti. Non serve aggiungere nulla allo sdegno per quanto è accaduto. E non serve nemmeno fare l’ennesima crociata per invocare leggi più severe (in un Paese come il nostro in cui regna soltanto l’incertezza della pena). Bisogna rimboccarsi le maniche e sono le maniche dell’educazione. Il terreno di coltura di fatti come quello di Corigliano Calabro è il sotto-vuoto spinto di una finta libertà e di un falso amore, che purtroppo gli adolescenti e i giovani respirano a pieni polmoni, perché i primi a viverlo così, in modo adolescenziale, sono gli adulti. La violenza è sempre da condannare, ma non spunta dal nulla, o meglio: è l’emergere fragoroso del nulla dei valori in cui i nostri ragazzi vengono spesso cresciuti.

Mi ha molto colpito l’appello di una delle sorelle di Fabiana che invitava i giovani ad ascoltare di più i genitori – sembra che quelli della ragazzina calabra l’avessero più volte consigliata a interrompere il legame malato con Davide – perché i genitori vogliono davvero il bene dei loro figli. Sono d’accordo, eppure, allo stesso tempo, mi domando se è sempre così. Vedo spesso genitori distratti e smarriti, vittime anch’essi dell’andazzo a lasciar correre e della moda a fare gli amiconi dei figli adolescenti; genitori senza autorità, perché sprovvisti di valori autorevoli da trasmettere o della volontà a insegnarli; genitori in ostaggio della nuova pedagogia che sale in cattedra in insulsi programmi televisivi in cui imperversa solo un lassismo morale foriero di comportamenti licenziosi e angoscianti. Dico sempre che gli adolescenti hanno bisogno di avere un padre e una madre autorevoli e severi, proprio perché, per crescere, devono rifiutarli. E vedo sempre più genitori mollicci, presi dal lavoro, dal divertimento, dallo sport e dalla televisione.

L’educazione all’affettività e all’amore è demandata a qualche agenzia extra-familiare, e si riduce spesso all’informazione sull’uso dei preservativi («è il male minore», mi ha detto convinta una mamma moderna). L’educazione in genere tende a non far essere i propri figli troppo diversi dalla mentalità corrente del mondo, per non farli sentire marziani, e così, annacqua oggi e annacqua domani, non solo il sale non dà più sapore ma sembra sostituito da una melassa dolciastra in cui il nero e il bianco si confondono e l’unico (dis)valore che conta è… andare dove ti porta il cuore (cioè, l’istinto).

Rimbocchiamoci le maniche. Riprendiamo a costruire recinti se vogliamo essere liberi, anche nel vivere l’amore. Il recinto non è negazione della libertà, ma è educazione della libertà. Seguiamo delle regole nei rapporti d’amore, vivendoli nel rispetto dell’età delle persone che vi sono implicate, senza balzi in avanti (per gli adolescenti che giocano a fare gli adulti) o nostalgie all’indietro (per gli adulti che giocherellano come se fossero ancora adolescenti). Ridoniamo alla sessualità il suo giusto spazio, senza sciuparla come banale primo atto di un rapporto tra due sconosciuti. Insegniamo e testimoniamo la bellezza dell’attesa, la fatica di un cammino, la necessità della rinuncia, se vogliamo davvero insegnare e testimoniare l’amore e non una sua brutta copia impoverita e non di rado depravata.

Forse sarebbe il caso che ai nostri quindicenni (e non solo a loro, certo) si ricordasse che l’amore non è possesso dell’altro per sé, ma è decisione di donare se stesso all’altro. Non solo dono, quindi, ma decisione – ovvero continuità – nel dono di sé, nonostante le traversie della vita. L’amore non è emozione, ma intelligenza. E anche qui molto ci sarebbe da dire sui danni provocati dalla diffusa predicazione – che produce convinzione e costume di vita – del sentimentalismo dell’amore, della sua riduzione ad una emozione in cui si cade invece che ad una decisione che si prende.

Bisogna tornare a parlare in un altro modo anche della passione, dell’eros, del sesso. Perché bisogna parlarne, e non come di «cose brutte» o peggio ancora di cose che si fanno con la banalità di una ginnastica, perché esse, invece, sono il trampolino della bellezza e della grazia, nascoste tra le pieghe dell’amore. Ma lo sono, solo se il progetto educativo comprende anche la lezione del sacrificio, dell’oblatività, del dono, tutte cose che hanno a che fare con l’amore, e che gli regalano il metro quotidiano della pazienza dentro una preparazione che ha le sue tappe, le sue attese, la sua inevitabile tensione alla sola dimensione appagante dell’amore, che è il «per sempre».

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