Quarta Domenica del tempo ordinario. Cammino di vita guidato dall’amore…

«Passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Potrà sembrare un aspetto marginale e quasi cronachistico del Vangelo appena ascoltato, ma non è così: la calma con cui Gesù se ne va dalla sua città, dopo che gli abitanti di Nazaret hanno tentato di gettarlo giù dal precipizio, dice la forza ed il coraggio – «una colonna di ferro e un muro di bronzo», se vogliamo usare le parole del profeta Geremia – con cui il Figlio di Dio intraprende il suo cammino, diretto a Gerusalemme. Calma, e non parole di protesta e di rabbia per l’incomprensione dei suoi concittadini, o parole di condanna per quella violenza intollerante manifestata nei suoi confronti. Forza, che sa passare nel mezzo di quella folla urlante e idiota, che si accanisce contro chi ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: Gesù sembra attraversare quel fiume di rabbia come un coltello che taglia di netto un panetto di burro. Passa e va oltre, passa e si mette in cammino, dimenticando quell’episodio prevedibile di rifiuto, perché «nessun profeta è bene accetto nella sua patria». Ciò che sta a cuore a Gesù è semplicemente il breve commento che egli ha fatto in sinagoga del brano del profeta Isaia: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Cioè: davanti a voi c’è l’inviato di Dio per la vostra salvezza. Troppo saggio per essere il figlio del carpentiere? Sì, Nazaret – poco più che un paesotto – pensa che Gesù non sia affatto all’altezza di dichiarare d’essere il compimento della profezia di Isaia. Poi, quando si permette di evocare il bene che Dio ha fatto a “stranieri” attraverso Elia ed Eliseo, la misura è colma e si scatena la rabbia popolare.

Gesù si mette in cammino, non se lo lascia bloccare da un rifiuto di piazza, perché il suo cammino è animato dal di dentro, è guidato da una convinzione forte. Questo suo passare in mezzo al rifiuto, con la calma del giusto, in un silenzio ieratico, è forse una delle immagini più potenti di Gesù in tutti i Vangeli. Dice una canzone: «Cammina l’uomo quando sa bene dove andare». Ecco, Gesù è quest’uomo: la sua vita ha una direzione, un compito, un punto di riferimento. Mi sembra che questa caratteristica – che dovrebbe essere anche la cifra del cristiano in un mondo che rifiuta il messaggio del Vangelo – sia oggi estremamente utile in un mondo profondamente “liquido”, segnato da pressappochismi e mezze misure, ancorato solamente alle emozioni passeggere, ai tanti «mi sento» che non arrivano mai a prendere decisioni vere.

Penso concretamente al tema della vita umana, su cui ci invita a riflettere e a pregare l’odierna Giornata nazionale per la vita. Penso a quanto poco questo tema sia dibattuto nella campagna elettorale. Penso a quante parole si sprecano giustamente per difendere i diritti più disparati – magari anche quelli che diritti non sono proprio! – e poi ci si dimentica di tutelare il diritto a nascere, vivere e morire, che è alla base di tutti gli altri. Vorrei ricordare una parola forte pronunciata nei giorni scorsi dal cardinale di Bologna, Carlo Caffarra, in riferimento al caso della neonata gettata in un cassonetto dei rifiuti, proprio a pochi passi dall’arcivescovado. In una lettera ha scritto a Maria Grazia (così è stata chiamata la bimba messa in salvo grazie a qualcuno che, passando, ha udito il suo pianto): «Il tuo vagito vale più di tutti i nostri calcoli egoistici, perché ha gridato che nessuna persona può essere rifiutata. Ci ha ricordato che l’intero universo è meno prezioso di te, anche quando vagivi in mezzo ai rifiuti; è meno prezioso di una sola persona umana». Ecco un principio chiaro – umano, prima ancora che cristiano – che dovremmo tenere fermo, come punto di riferimento irrinunciabile: la vita di una sola persona umana è più preziosa dell’intero universo. Ce ne dimentichiamo troppo spesso, e la nostra vita sociale diventa un inferno, in cui non siamo più capaci di guardarci l’un l’altro con gli occhi benevoli e rispettosi dell’amore, perché viviamo – ci dice il card. Caffarra – «come  fossimo tante solitudini pressate l’una contro l’altra». Abbiamo udito l’inno che della carità fa san Paolo. Carità, cioè l’amore che sa guardare e vedere la vita, ovunque e comunque, come un bene prezioso, che, da solo, pesa più dell’universo. Solo questo sguardo può rendere sicuro il nostro cammino.

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