Natale del Signore. Il segno della mangiatoia.

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Come ai pastori, anche a noi l’annuncio del Natale arriva così, con l’annuncio di un segno. Oh, io immagino sempre lo stupore che s’impadronisce di un papà e di una mamma, quando, tornando a casa, riconoscono questo segno nei loro bambini. Ecco: il Natale è tutto racchiuso in questo stupore per un segno piccolo donato alla nostra responsabilità ed al nostro amore. Eppure, come ha scritto il Papa nel suo libro sull’infanzia di Gesù, quello di Betlemme «non è un segno nel senso che la gloria di Dio si fosse resa evidente, così che si potesse dire con chiarezza: questi è il vero Signore del mondo». Affatto. «Il segno è al contempo anche un non-segno: la povertà di Dio è il suo vero segno». I nostri bambini stanno sicuri in case riscaldate, sono al centro di mille attenzioni. La loro mangiatoia si direbbe una dimora accogliente e le loro fasce sono fasce umane, calde di ogni premura. Il segno che i pastori vedono è sufficiente a colmarli di gioia, quella stessa gioia che noi inseguiamo affannosamente, cercandola spesso nel posto sbagliato, senza trovarne che poche briciole, pertanto. I pastori, nella loro semplicità e povertà, hanno saputo scorgere in quel Bambino lo splendore di Dio venuto a dimorare in mezzo ai loro pascoli. E questo poco è bastato loro per esplodere di gioia. Il Natale è un segno piccolo e, da quando noi cristiani l’abbiamo fatto diventare grande, ne abbiamo come smarrito la forza e quel segno si è perso nelle nostre nebbie. Deve tornare ad essere un segno di riconoscimento che indica soltanto la povertà di Dio che continua a nascondersi in un bambino dentro una mangiatoia.

Ho parlato dei nostri bambini e dello stupore dei nostri papà e mamme. Ma spesso nella mangiatoia delle nostre case la povertà di Dio assume ben altre forme. Vi voglio raccontare un incontro fatto venerdì scorso, qui davanti al presepe della nostra chiesa. C’è un “senza fissa dimora” – uno di quelli che noi chiamiamo “barboni” – che viene a trovarmi tutte le settimane: gli offro un caffè e parliamo un poco. Ha partecipato alla novena e mi ha sentito spiegare i simboli del presepe. Al termine mi ha detto: «Sa, don, qual è il particolare del presepe che mi interessa di più? La mangiatoia. Vede, fino a martedì notte è vuota e potrei prenderla io. Poi, a Natale, non si preoccupi, lascio il posto a Gesù Bambino…». Mi ha commosso questa lezione di Natale di Silvestro. Ha capito la mangiatoia meglio di me. Lui assomiglia ai pastori, capaci di uno sguardo semplice, magari terreno, ma che sa centrare il bersaglio. La mangiatoia del Figlio di Dio – il Dio Bambino, il Segno piccolo – è abitata dai poveri. Vi vedo certo i nostri bambini con mamme e papà, ma vedo anche quelle famiglie in coda per comprare il pane in Siria massacrate dalle bombe del loro presidente. Vedo i tanti Silvestro che in questa notte di Natale cercano un po’ di caldo sui vagoni del treno. Vedo i nostri malati, amorevolmente accuditi; i nostri anziani bisognosi di affetto sincero, felici che qualcuno faccia loro visita per rincuorarli, per dire loro che sono ancora anelli importanti di questa nostra società che insegue la chimera della novità e seppellisce anzitempo i valori di una tradizione che non è invecchia mai. Vedo chi è solo, chi ha perso speranza e non sa più guardare l’orizzonte, chi ha perso il lavoro o lo sente insicuro, chi ha usato la tredicesima per pagare l’ennesima tassa e non ne può più, chi ha saputo perdonare e perciò è visto come un perdente…

Carissimi, è Natale: il nostro Salvatore è piccolo come un bambino. «Fin dalla nascita – ha scritto il Papa – Egli non appartiene a quell’ambiente che, secondo il mondo, è importante e potente. Ma proprio quest’uomo ir­rilevante e senza potere si rivela come Colui dal quale, alla fine, dipende tutto». Natale è riconoscere questo mirabile «rovesciamento di valori». Sabato sera, dopo la bellissima Serata di Novena che ci hanno regalato i nostri bambini, qualcuno su facebook ha scritto: «Felicissimo di far parte della comunità di Ponzate». Sì, sono d’accordo, è proprio bello sentire una comunione più profonda che trova il suo fondamento, proprio lì, nella mangiatoia di Betlemme, da cui ci guarda, anche quest’anno, un Dio Bambino.

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