Quarta Domenica di Avvento. La porta dell’accoglienza.

La scena che ci si spalanca davanti agli occhi, aprendo l’ultima porta dell’Avvento, è quella di due madri che si abbracciano e si aiutano, e di due bambini che, dal grembo, sussultano ed esultano. Maria è andata in fretta a far visita ad Elisabetta, e così Gesù e Giovanni s’incontrano per la prima volta. Questo mistero di accoglienza, a poche ore dal Natale, offre ai nostri cuori l’indirizzo di Betlemme, la via per andare anche noi in fretta ad accogliere il Figlio di Dio venuto nella nostra povera e fragile carne.

Maria ci insegna il dono del servizio. Non pensa a se stessa, ma, giovane mamma in attesa, si mette in cammino «verso la regione montuosa» per raggiungere la casa di Zaccaria e aiutare Elisabetta. Maria prepara il suo Natale, preparando il Natale di Elisabetta. Va a vedere quel segno che l’angelo Gabriele le ha annunciato come prova che «nulla è impossibile a Dio»: Elisabetta e Zaccaria sono avanzati in età, eppure Elisabetta ha concepito e, muto, Zaccaria attende la nascita di Giovanni. La madre di Dio si mette umilmente a servizio della madre del più grande fra i nati da donna. Tanto da suscitare lo stupore di Elisabetta, che si domanda e domanda: «A che devo che la madre del mio Signore venga da me?». Elisabetta – la cui maternità è stata per Maria il segno dell’onnipotenza divina – diviene così la prima conferma umana delle parole dell’angelo: quel titolo – madre del Signore – resterà per sempre attaccato alla vergine Maria, come impronta del prodigio di grazia che si è compiuto in lei. Elisabetta per prima canta la beatitudine di Maria, a motivo della sua fede e della sua disponibilità a lasciar passare il progetto di Dio dentro la sua vita, dentro la sua stessa carne. Il gesto di Maria di andare in fretta da Elisabetta diventa l’icona del servizio premuroso che dovrebbe caratterizzare la nostra vita. Portandosi dentro colui che è venuto per servire e non per essere servito, Maria scavalca le montagne per andare a servire. Si prepara al parto, con un viaggio, interiore ed esteriore insieme, con una uscita da sé, dai propri problemi, per andare incontro con premura ad un’altra mamma che con lei condivide il dono di Dio. Questa è la vera dimensione del Natale cristiano: non un facile ed automatico quanto anonimo gesto di solidarietà (magari televisivo o telefonico…), ma un coinvolgimento della propria vita in un concreto viaggio di accoglienza e di servizio verso chi magari conosciamo bene e ci sta vicino. La bellezza del Natale è che non è necessario oltrepassare il mare per farlo, basta aprire l’uscio del proprio cuore e accorgersi del prossimo.

Anche Elisabetta ci insegna un atteggiamento importante sulla via del Natale, che completa l’insegnamento di Maria: è la consapevolezza del mistero dell’incarnazione, che diviene stupore e prorompe in una rivelazione verbale. Elisabetta, raggiunta da Maria, che si porta in grembo il suo Signore, si lascia andare ad una eruzione di parole che manifestano. Anche Elisabetta anticipa colui che porta in grembo, Giovanni, che sarà il coraggioso precursore e annunciatore del Cristo. Anche Elisabetta indica, come una freccia, Gesù. Non teme di dire le cose come stanno. «Colmata di Spirito Santo», prorompe in una rivelazione dell’identità del bimbo che abita il grembo della benedetta Maria. Non la tiene nascosta, come invece spesso facciamo noi, frenati da mille timori, da mille rispetti, talvolta insensati. Quando arriva Natale, da qualche anno in qua, assistiamo ad una messa tra parentesi di Gesù Cristo, Figlio di Dio, per paura di offendere chi non è cristiano. E così il nobile presepe diviene oltraggioso, e dalla recita natalizia si espungono tutti i riferimenti alla divina nascita di Betlemme e si annacqua tutto in una melassa di sentimenti dolciastri che hanno perso, però, il loro punto di riferimento. Gesù, il festeggiato di Natale, sparisce dalla scena e, al suo posto, arrivano la luce, la pace, l’amore, la tolleranza… tutte belle parole che a Natale ci sono perché c’è Gesù. Ora, invece, l’esempio che ci viene di Elisabetta è colmo di un coraggio verbale senza precedenti: aprendo la porta dell’accoglienza, il primo da far entrare, senza infingimenti e senza ridicoli travestimenti virtuali, è proprio Lui, Gesù, il Figlio di Dio.

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