Corsivo. Effetto Imu sulle scuole cattoliche: ma lo Stato ha proprio interesse che chiudano i battenti?

La «bandiera della dis-PARITA’» diffusa nelle settimane scorse dall’AGeSC

Le scuole private sono davvero “private”, oppure non sono anch’esse pubbliche, anche se non sono gestite dallo Stato? Non è solo un problema di linguaggio, anche se a qualche studente protestatario che, intervistato dai Tg, dice sproloqui in materia bisognerebbe consigliare di informarsi, con tanto di numeri alla mano, evitando di urlare slogan prefabbricati pieni di falsità. Del resto, egli parla così, perché qualcuno più grande glielo ha insegnato, conducendolo sulla vecchia e semplicistica via dell’ideologia, secondo cui le scuole private sono “dei ricchi”, ed esse “rubano” risorse allo Stato, che invece potrebbe destinare ingenti fondi a favore delle scuole statali. Il problema, sia chiaro, è ben più ampio di una questione di soldi, ma, si sa, quando si tocca il portafogli è più facile destare l’attenzione del popolo che non quando si agitano ben più decisive questioni culturali e di libertà di educazione. Eppure il vero nodo sta proprio qui, a livello di una autentica libertà di educazione, e di qui bisognerebbe ripartire per riorganizzare la scuola. In Italia, però, sembra impossibile, perché la grancassa ideologica evoca subito l’ombra del Vaticano e del potere clericale, e non se ne fa più niente.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la notizia che gli istituti scolastici non statali – le cosiddette scuole paritarie – dovranno pagare l’Imu: infatti, saranno esentati solo nel caso in cui le rette pagate dagli allievi siano simboliche (che cosa vuol dire: un euro al mese?). La risposta di Agesc (Associazione Genitori Scuole Cattoliche) e Agidae (Associazione Gestori Istituti dipendenti dall’Autorità Ecclesiastica) non si è fatta attendere: con il pagamento dell’Imu verrebbe data alle loro scuole la mazzata definitiva e parecchie di esse (soprattutto scuole dell’infanzia) sarebbero costrette e chiudere i battenti. Dunque, anche il governo Monti non ha trovato il coraggio di prendere una decisione di ampio respiro culturale e si è accodato alla solita politica della cassa: bisogna risparmiare, allora tagliamo e tassiamo dove è più facile farlo e dove il consenso è prevedibilmente maggiore.

Ebbene, se tutte le scuole paritarie improvvisamente chiudessero i battenti, oltre a migliaia di dipendenti senza lavoro, ci sarebbero poco più di un milione di studenti che dovrebbero aggiungersi ai quasi otto milioni che frequentano le scuole statali. Per quel milione di studenti lo Stato spende attualmente 511 milioni di euro, ovvero 476 euro pro capite. Per gli altri otto milioni circa, invece, spende più di 57 miliardi di euro, cioè ben 7319 euro pro capite. Una disparità inequivocabile, dovuta al fatto che i fondi dello Stato alle scuole paritarie non sono poi così ingenti e che, di fatto, queste scuole sono pagate con le rette di quei genitori che, comunque, in più pagano le tasse per una scuola che i loro figli non frequentano. Insomma, se quel milione di studenti, che allo Stato oggi costa poco più di mezzo miliardo l’anno, dovesse confluire nelle scuole statali, il sistema nazionale scolastico, a fronte di quel misero risparmio, dovrebbe sopportare un aggravio di spesa pari a quasi 8 miliardi di euro. Sono numeri, non slogan urlati nelle piazze da giovincelli ideologizzati… Sono numeri, ed in tempo di crisi, forse, gli ideali non contano, ma i numeri a nove zeri sì…

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