Anno della fede: il Catechismo, per credere e per pensare…

Oggi è stato ufficialmente aperto l’«Anno della fede», a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II. Una grande occasione che viene offerta prima di tutto ai cristiani per approfondire i contenuti della fede – che spesso essi per primi conoscono poco – e alimentare così una testimonianza cristiana più convinta. Questo «Anno della fede» voluto da papa Benedetto XVI ha anche lo scopo di ricordare uno strumento di cui la Chiesa cattolica si è dotata vent’anni fa: infatti, l’11 ottobre 1992 Giovanni Paolo II consegnava alla Chiesa Cattolica il suo Catechismo, opera di riflessione e di sintesi nata da una consultazione attuata a livello mondiale e poi redatta da una equipe di vescovi e teologi, di cui, unico italiano, faceva parte anche mons. Alessandro Maggiolini (vescovo di Como dal 1989 al 2006, morto l’11 novembre di quattro anni fa’).

Mi sembra utile ricordare qui un suo scritto – apparso sul quotidiano Il Giornale del 7 ottobre 2002 e che anch’io ripresi  su Il settimanale della diocesi di Como del 12 ottobre dello stesso anno – che, a dieci anni dalla sua promulgazione, considerava l’importanza del Catechismo della Chiesa Cattolica come strumento per credere e per pensare. Mi sembra che questi due verbi siano da coniugare in questo «Anno della fede» con quella urgenza e quella pregnanza che mons. Maggiolini chiedeva già dieci anni fa’. La nostra fede non ci è data solo per credere, ma anche per pensare.

Noto che non di rado i cristiani si atteggiano a giudici dello stesso dato di fede o di pronunciamenti del Magistero, senza conoscerli veramente e senza voler fare alcuna fatica per conoscerli. In un mondo in cui spesso i mezzi di comunicazione e i salotti culturali dettano la loro legge, anche i cristiani distratti e per nulla consapevoli del loro tesoro di fede finiscono con il pensare usando la testa di massa, invece di trarre dalla fede gli strumenti per un giudizio storico e critico dei fatti e delle problematiche attuali. Un vero peccato!

Ecco perché a cinquant’anni dal famoso “discorso della Luna” di papa Giovanni XXIII e a vent’anni dall’impegnativo lascito di Giovanni Paolo II, rileggiamo volentieri le parole di mons. Alessandro Maggiolini – come nel suo stile, mirate e pungenti – che ci spronano a riprendere tra le mani il Catechismo e a farne strumento della nostra fede.

Mons. Alessandro Maggiolini, Catechismo per credere e pensare (ottobre 2002):

«Forse pochi ricordano con precisione il Catechismo della Chiesa cattolica pubblicato da Giovanni Paolo II dopo aver consultato i Vescovi del mondo intero. Se ne parlò appena uscì e ci si interrogò sul problema della legittima difesa in una guerra giusta, sul problema della pena di morte, sul problema della morale matrimoniale, del celibato sacerdotale e poco più in là. Poi, all’interno della Chiesa, ci si premurò di redigere la stesura in latino come lingua morta di riferimento, di tradurla nei diversi idiomi utilizzati nelle più svariate comunità cristiane nel mondo, fece scalpore – ma non soverchiamente – la difficoltà incontrata in America per via del cosiddetto linguaggio inclusivo, e cioè non si voleva, escludere la donna, parlando dell’uomo, così che il Verbo si sarebbe fatto umano e non uomo chiaro e tondo, eccetera.

Uno strumento di lavoro di questa rilevanza mostra il suo interesse nel tempo anche badando alle commemorazioni e agli approfondimenti che se ne organizzano. Ebbene, sono passati dieci anni da quell’undici ottobre 1992, quando il Papa consegnava il testo magisteriale alla Chiesa intera, e se non fosse stato per un convegno organizzato dalla Santa Sede nei prossimi giorni in Vaticano, a fatica ci sarebbe stato qualcuno che si accorgesse dell’importanza di questo documento. Il quale doveva servire da punto di riferimento per la stesura dei catechismi delle diverse Chiese locali, ma era pure offerto ai credenti come «una esposizione della fede della Chiesa e della dottrina cattolica, attestate o illuminate dalla sacra Scrittura, dalla Tradizione apostolica e dal Magistero della Chiesa». Era anche proposto come guida per l’attività ecumenica e missionaria: era, cioè, offerto «a tutti i fedeli che desiderano approfondire la conoscenza delle ricchezze inesauribili della salvezza» e «a ogni uomo che ci domandi ragione della speranza che è in noi e che voglia conoscere ciò che la Chiesa cattolica crede».

D’accordo: le diverse Chiese locali si sono premurate di applicare questo testo alle numerose culture in cui la catechesi si inserisce. Questo lavoro di adattamento inevitabilmente tendeva a una esposizione più vaporosa e più giornalisticamente – se si può dire – efficace per i lettori. Non si riesce a capire perché si sia ampiamente sottaciuto e quasi voluto dimenticare il documento originale per l’universalità del cattolicesimo. Una tale disattenzione induce forse a riflettere con serietà sul modo in cui ci si accosta e si pensa il cristianesimo. Spesso la dottrina rivelata viene comunicata attraverso scampoli di sacra Scrittura, attraverso fatti contingentissimi di attualità che vengono chiamati «segni dei tempi» – opinabilissimi, del resto – ; per il resto il cattolicesimo è spesso ridotto a un invito, a una meditazione mistica che oscilla tra l’infinito e il nulla. Manca la fatica del pensare. Una presentazione come quella del Catechismo della Chiesa cattolica ha come scopo esattamente di elaborare una sintesi dei diversi aspetti della Rivelazione: una sintesi armonica, integra, completa e sicura quanto a fedeltà al Magistero. Chi non crede può certamente contestare, ma dopo essersi documentato sulle certezze autentiche della Chiesa, per non rischiare la condanna di ciò che ignora. I cattolici per primi sono chiamati a rendersi attenti a un testo normativo che li introduce in un sistema di verità che tutte devono essere composte in un insieme sinfonico. Per non esporsi al pericolo di un fondamentalismo biblico non del tutto lontano; per non cedere al vezzo di un attualismo che spesso tira per i capelli qualche aspetto magari marginale del cattolicesimo; per collocarsi in una visione dottrinale che salva dal nichilismo o/e da un vuoto di verità che corrode lo spirito umano.

Se la riflessione rimane entro l’ambito italiano, non pare si possa contraddire troppo agevolmente l’impressione di una robusta ignoranza circa il dato di fede, che attraversa le file dei fedeli e lambisce gagliardamente anche alcuni intellettuali che si pongono sul versante opposto. Possiamo non riuscire a non dirci cristiani, ma poi forse a stento molti credenti e perfino intellettuali di professione riuscirebbero a passare un esame di catechismetto per la prima comunione o per la cresima. No si gridi all’accusa gratuita. Si riconoscano volentieri le eccezioni in campo ecclesiale ed extra. Ma non si giunge a comprendere il disinteresse per un testo come il Catechismo della Chiesa cattolica, senza sospettare notevoli lacune di conoscenza in fatto di religione cattolica. Una Chiesa che rifiuta o neglige la responsabilità della riflessione è destinata a un rapporto religioso informe e a una unità che può essere politica o di volontariato, ma non è quella prioritariamente voluta da Cristo circa la fede».

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