Ventiseiesima Domenica del tempo ordinario. La logica del bicchiere d’acqua…

Le parole dell’apostolo Giacomo sono davvero forti. Del resto, non lo sono di meno i paradossi usati da Gesù: tagliare la mano, il piede o cavare l’occhio che sono di scandalo.In effetti, sia Gesù che Giacomo fanno un discorso che tende a mettere in guardia gli uditori ed entrambi leggono la vita nella chiara prospettiva che l’esistenza terrena non è definitiva, anzi è passaggio verso quell’«entrare nella vita» che è il vero ed unico giudizio che conta. Fa impressione, da una parte, il bicchiere d’acqua donato che garantisce la ricompensa e, dall’altra parte, un’abbondanza che marcisce e che porta alla sciagura.

Ed è così che deve essere letta la pagina della lettera di Giacomo, una vera invettiva contro i ricchi. La descrizione che di essi viene fatta è tipica dell’epoca in cui l’apostolo scrive, in cui la ricchezza era costituita da beni deteriorabili – derrate alimentari, vestiti, metalli preziosi – che venivano stipati in magazzini e che non potevano essere consumati tutti da una persona sola nell’arco di una vita: l’unica alternativa al loro marcire, all’essere mangiati dalle tarme o all’arrugginire era quella della condivisione con i meno abbienti. Invece i ricchi sfondati erano anche accaparratori, insensibili alle proteste di chi faceva fatica ad arrivare alla fine del mese. Una ricchezza che non esiste più? Forse non più in quei termini, ma anche oggi la ricchezza – che non è più materialmente stipabile nei magazzini – è assai volatile, e un giorno nero di mercato della Borsa incenerisce magari ingenti investimenti su cui si faceva affidamento e che si pensava di aver messo al sicuro. In un certo senso, quei ricchi di cui parla Giacomo forse non esistono più, almeno qui nella nostra Italia, ma quella forma di ricchezza contro cui egli si scaglia non è affatto svanita, anzi forse è diventata una chimera finanziaria per molte più persone, e la logica dell’accumulare e dell’accaparrare è purtroppo viva e vegeta anche nella nostra società. L’immagine più forte che leggiamo nel brano della seconda lettura è quella con cui Giacomo contesta ai ricchi che «vi siete ingrassati per il giorno della strage». Li paragona a quegli animali che l’allevatore continua a nutrire e a far diventare floridi, ma questo ingrassamento è finalizzato alla… loro macellazione in occasione della festa. La vita non è fatta per essere accumulata, ma per essere donata e l’unità di misura del dono è il bicchiere d’acqua di cui parla Gesù, qualcosa cioè che può essere alla portata di tutti. Basta dare da bere un bicchiere d’acqua nel nome di Gesù per essere degni della ricompensa evangelica. Ora, l’espressione «nel mio nome» – con cui Gesù qualifica anche un gesto così semplice come il dare da bere un bicchiere d’acqua – sta ad indicare proprio la condivisione di questa logica della vita come dono, che anche oggi si fa così fatica ad accettare.

Paradossalmente il tempo di crisi e di grande difficoltà economica che stiamo vivendo, invece di incrementare il senso della solidarietà tra noi, rischia di farci indurire nella logica dell’accaparramento individuale. Dobbiamo tutti metterci davanti alla parola di Gesù, avendo grande fiducia in lui e nella sua parola, credendo più a lui che alle nostre preoccupazioni e alle nostre analisi. Ancora una volta, come fondamento di un atteggiamento di autentica carità c’è una disposizione di fede: bisogna fidarsi del Vangelo e affidarsi a Gesù se vogliamo davvero viverne la logica. Ho la sensazione che i nostri punti di riferimento sono altrove, in una marea disordinata di interessi, infatuazioni, messaggi in cui la religione si mischia alla magia, l’amore si confonde con il sesso, ciò che chiamiamo “non profit” è in realtà un grande affare, insomma in un magma di cose che non di rado sono in aperto contrasto con la logica di Gesù. Rischiamo anche noi di essere come il cappone di Natale, ingrassati con mangimi che servono solo a gonfiare la nostra vanagloria, belli pronti «per il giorno della strage», direbbe ancora oggi l’apostolo Giacomo!

E attenti, cari genitori ed educatori, perché questa confusione di mete e di percorsi rischiamo di trasmetterla ai nostri ragazzi, anch’essi giovani “pollastrelli” da ingrasso, infarciti di un mucchio di cose da fare dentro un’agenda già ingolfata. Ma che cosa veramente conta? Dove sta quel benedetto bicchiere d’acqua? Bisogna ripartire da qui.

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