Ventiduesima Domenica del tempo ordinario. Dabar da accogliere e da fare…

Vorrei soffermarmi sull’insegnamento dell’apostolo Giacomo contenuto nella seconda lettura. La sua esortazione giunge a concludere la settimana del Grest, in cui i nostri ragazzi hanno costruito giorno dopo giorno una parola dal suono strano – è ebraica – e dal significato assai ricco: dabar.

Difficile tradurre con un solo vocabolo italiano. Verrebbe da dire «parola», ma noi con questo termine intendiamo riferirci alla parola detta o alla parola scritta, ad un semplice suono – un flatus vocis – o ad un segno tracciato sulla pagina o digitato al computer. Dabar, invece, significa anche «fatto», «avvenimento» e «cosa» oltre che «parola». In effetti, il dabar è la parola di Dio che, detta e pronunciata, crea, produce un effetto. Il dabar di Dio è l’atto creatore che esce dal silenzio primordiale e dal nulla e crea il tutto. Nel racconto della creazione che troviamo all’inizio del libro della Genesi, Dio parla e dalla sua parola esce il mondo: la sua parola è efficacemente un fatto, un avvenimento, una cosa. Ma questo dabar di Dio non sta soltanto all’inizio, ma accompagna continuamente la creazione lungo tutto il suo corso. Soprattutto accompagna il popolo di Dio, ogni uomo nella sua vita. Potremmo allora tradurre dabar anche con «provvidenza», perché questa parola descrive bene l’azione amorevole con cui Dio continua a seguire con la sua forza vivificante e salvifica le sue creature.

Questo ricco significato del termine dabar ispira anche Giovanni: quando nel prologo del suo vangelo deve parlare di Gesù, il Figlio di Dio, lo presenta come la Parola che prende una carne umana. Gesù è davvero nella sua pienezza il Dabar di Dio, non sola una parola intellettuale e cervellotica (come poteva essere il logos della filosofia dei Greci), ma una parola fatta carne, concreta, vivente, una parola divenuta evento e avvenimento dentro la storia, una parola la cui azione è riconoscibile ed efficace. Il dabar della creazione, dunque, trova il suo compimento in Gesù, che è il vero e perfetto Dabar di Dio, la sua Parola che, facendosi carne, attua una sorta di seconda creazione dell’umanità.

Alla luce di questa spiegazione del significato di dabar, risuona ancora più significativo il monito che abbiamo ascoltato da san Giacomo: «Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi». Se è vero quanto vi ho detto della Parola – dabar – comprendiamo quanto sia riduttivo pensare alla Parola di Dio come ad un insegnamento da ascoltare con le orecchie. Ascoltare è certo importante e nella settimana del Grest abbiamo più volte ripetuto che ascoltare è il modo più raffinato di parlare, anche perché ciascuno di noi, da piccolo, ha imparato a parlare solo attraverso l’ascolto delle parole dette da coloro che ci stavano più vicino: si parla bene solo ascoltando… Il monito di Giacomo, però, va nella direzione di una maggiore concretezza, e ci chiede di accogliere la Parola come un dono che esige la disponibilità di uno spazio interiore. L’accoglienza richiama l’immagine dell’aprire la porta della casa e ospitare qualcuno in carne ed ossa, donando uno spazio e non semplicemente un bel pensiero o una parola gentile. Se è vero che la Parola è carne, è avvenimento, è realtà concreta, essa deve poter modificare la nostra vita e non soltanto essere ascoltata più o meno distrattamente una volta la settimana. E va accolta con mansuetudine, con docilità e pacatezza, non con quello spirito polemico che caratterizza spesso il nostro ascolto.

Ancora più forte è l’altro verbo utilizzato da Giacomo: «Siate facitori della Parola e non soltanto ascoltatori». Fare la Parola è ancora più che accoglierla. Nella mentalità dei Greci il «fare la parola» aveva un significato quasi solo letterario, e i facitori di parola erano gli scrittori e gli oratori che sapevano giostrare con le parole per allettare le orecchie degli uditori. Invece, colui che ascolta la Parola ma non la fa e non la mette in pratica, s’illude di essere un credente, ma in realtà non lo è. Il vero cristiano non è uno che si accontenta di una conoscenza teorica della Parola di Dio – e oggi, purtroppo, manca anche questa ai cristiani! – ma è uno che la mette in gioco concretamente dentro la propria vita quotidiana. Il dabar di Dio, infatti, è vita.

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One thought on “Ventiduesima Domenica del tempo ordinario. Dabar da accogliere e da fare…

  1. caro don agostino, mi piacerebbe leggere una sua riflessione sulla figura del card. Martini, recentemente scomparso, in luce anche delle ultime dichiarazioni lette sulle maggiori testate giornalistiche. La saluto cordialmento,

    antonello

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