Corsivo. Spirito olimpico? Poco… Piuttosto, un grande affare…

In aria di ferie ormai prossime (forse) ci pensano le Olimpiadi a scacciare i cattivi pensieri della crisi e i volteggi al rialzo dello spread. Naturalmente, si deve guardare il solo lato sportivo della manifestazione londinese e dimenticare che, oltre ad un pizzico di spirito olimpico, a farla da padrone è il consueto vento degli affari… Lasciamo perdere il costo esorbitante dello spettacolo inaugurale. Diamo per scontato il retroterra di sponsorizzazioni milionarie e il mercato televisivo delle immagini. Ormai non c’è manifestazione internazionale che riesca a sfuggire a questo intreccio di finanza e pubblicità. Vorrei, invece, soffermarmi su tre espressioni che tornano puntualmente ogni volta che si entra nel tempo delle Olimpiadi. Espressioni che a me paiono smentite sul campo.

La prima è questa: ciò che conta è solo la gloria. Ma è davvero così: l’Olimpiade è ancora solo un sogno di gloria? Forse per qualche atleta sì. Altri protagonisti – quelli più gettonati – sembrano vere e proprie macchine programmate per vincere, in ossequio a ideologie diverse (si pensi alla Cina comunista o agli Stati Uniti d’America pragmatisti o anche solo al Paese ospitante, la Gran Bretagna che sogna ancora un ruolo mondiale a metà strada tra l’America e l’Europa). La gloria non paga a sufficienza se gli atleti stessi stanno facendo la guerra alla famosa “rule 40” (regola del Comitato Olimpico) che limita la libertà di far pubblicità agli sponsor personali dei singoli atleti. Perché questa guerra? Ma è ovvio: perché la gloria non basta e ciascuno cerca di portare a casa soldi per sé, sfruttando la grande piazza mediatica delle Olimpiadi…

La seconda espressione è questa: una medaglia olimpica non ha prezzo. Uno pensa: certo, le medaglie hanno un costo, ma non un ricavo. A Londra costano: 650 sterline quella d’oro (ma l’oro è solo l’1,34%), 335 sterline quella d’argento e appena 5 sterline quella di bronzo (che poi è di rame). Sì, ma una medaglia olimpica – fosse anche di bronzo o di rame – non ha prezzo! Non è vero: ha un costo non piccolo per i Comitati olimpici nazionali, i quali pagano un premio agli atleti che salgono sul podio. E qui le diversificazioni sono notevoli: l’oro olimpico statunitense vale 25.000 dollari, quello italiano ben 160.000 euro (con 42% di tassazione, che fa scendere il premio a oltre 80.000 euro, comunque) mentre la Germania si ferma a 18.000 euro (con uno spread olimpico, dunque, invertito…). E la Gran Bretagna? Nessun premio monetario. Solo la gloria, dunque? No, c’è la cessione del diritto d’immagine alla Royal Mail (pari a 12.000 euro) per la stampa in meno di 24 ore di un francobollo celebrativo per ogni medaglia. Da noi, una cosa del genere avrebbe fatto sorridere i nostri atleti, e qualcuno, magari, avrebbe preferito stare a casa.

La terza espressione è la più famosa, e dice lo spirito olimpico per eccellenza, quello che si è soliti chiamare (dal nome dell’inventore delle Olimpiadi moderne) spirito decoubertiniano: l’importante è partecipare. Dopo quello che abbiamo scritto, non servono molte parole. Se fosse così, se l’importante fosse davvero partecipare, il premio andrebbe dato a tutti coloro che partecipano, non a quelli che vincono. Anzi, il premio sarebbe semplicemente… partecipare.

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