Tredicesima Domenica del tempo ordinario. La sofferenza, la fede, l’umanità…

Questo racconto evangelico è come una scatola che ne contiene un’altra: l’episodio che sta in mezzo crea una specie di attesa circa l’esaudimento della richiesta del capo della sinagoga con cui si apre il racconto. A dire il vero, la vita è così. Sei in pista per qualcosa, stai correndo da qualche parte, ed ecco, sopraggiunge una nuova evenienza che ti costringe a cambiare i piani. Gesù è coinvolto in un flusso di avvenimenti. Sono tante le persone che lo cercano. O meglio, c’è una folla che «gli si stringeva intorno». Ciò che il racconto – nei suoi due episodi – vuole mettere in evidenza è proprio la differenza sostanziale tra lo stringersi attorno a Gesù e il toccarlo, tra l’andargli dietro e il cercarlo. Vediamo Giàiro. Molta folla circonda Gesù, ma egli viene espressamente per cercarlo, gli si getta ai piedi e lo supplica con insistenza. Vediamo anche la donna che aveva perdite di sangue. Ella tocca il mantello di Gesù in un modo diverso da come la folla gli si stringe intorno. Tanto è vero che Gesù se ne accorge (mentre i discepoli no, anzi sono quasi divertiti dalla domanda di Gesù: «Chi ha toccato le mie vesti?»). Che cosa rende così diverso l’incontro personale di Giàiro e della donna con Gesù rispetto al soffocante anonimato della folla? Ci viene immediato rispondere che entrambi avevano bisogno di Gesù. Ma si tratta di una risposta superficiale. Mischiati a quella folla c’erano sicuramente tanti altri bisognosi di Gesù, che però non escono dalla folla, rimanendo parte di quella massa che si limita a stringere Gesù d’assedio. La parola giusta da usare per motivare l’atteggiamento dei due è un’altra: è la fede che li muove incontro a Gesù e che li spinge ad un contatto con lui. Certo, Giàiro è un personaggio importante – è uno dei capi della sinagoga – e cerca un incontro frontale e ufficiale con Gesù. La donna, invece, non conta nulla e se ne sta mischiata alla folla, non osa farsi avanti esplicitamente con la sua richiesta, ma è fermamente convinta che basti toccare il mantello di Gesù con una richiesta precisa nel cuore per essere esaudita. Ciò che accomuna i due personaggi tra loro così diversi è la forza di questa fede che vuole incontrare, che vuole toccare, che vuole intrattenere un rapporto diretto con Gesù. Quando si dice che la fede è una cosa spirituale, bisogna, quindi, stare molto attenti al significato di questo aggettivo: la vera spiritualità della fede consiste nel gettarsi ai piedi, nel toccare il mantello. Ma c’è un altro aspetto importante che accomuna il capo della sinagoga e la donna che aveva perdite di sangue: la sofferenza. Giàiro soffre perché la sua figlia, giunta all’età in cui poteva essere promessa sposa e iniziare così la sua vita adulta, sta invece morendo. La donna soffre perché non è pienamente donna ed un problema fisico le impedisce di essere avvicinata e amata, in quanto considerata impura e fonte di impurità. C’è un numero che accomuna le due donne: la figlia di Giàiro ha dodici anni, esattamente gli anni da cui la donna soffre di perdite di sangue. La sofferenza nutre la fede dei due protagonisti del racconto evangelico. Ed è un insegnamento anche per noi: la fatica delle giornate, il dolore che le accompagna, le sofferenze molteplici che le segnano come un marchio di infelicità devono invece essere il volano della fede, l’occasione che ci fa cercare il Signore, che ci fa allungare la mano per toccare il lembo del suo mantello. La nostra vera gioia, quaggiù, nasce sul terreno della fatica e non di rado della sofferenza.

Ci resta da vedere la risposta di Gesù. Intanto egli riconosce che proprio la fede è il motore che muove la donna e la guarisce, e la fede è quanto egli continua a chiedere a Giàiro anche quando la notizia della morte della figlia sembra tagliare le gambe ad ogni speranza. Ma poi, egli conferma che la fede è vicinanza reale. Sente di essere toccato, avverte che una forza è uscita da lui. E quando giunge a casa di Giàiro, si fa accompagnare dal padre e dalla madre della fanciulla, le prende la mano e, una volta che si è alzata e cammina, si preoccupa che le venga dato da mangiare. Questa delicatezza di Gesù nell’avvicinare, nel toccare, nel preoccuparsi delle cose più quotidiane e materiali, è davvero un grande insegnamento. La fede trova in questa risposta così umana il suo vero miracolo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...