Quinta Domenica di Pasqua. La vite, quella vera…

Le parole che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica fanno parte del discorso di Gesù durante l’ultima cena con i suoi discepoli. Il pastore, quello bello, è anche la vite, quella vera. Ma se nel paragone del gregge noi eravamo rappresentati dalle pecore che appartengono al pastore, qui siamo presenti come tralci uniti intimamente alla vite. Un tutt’uno affidato ad un agricoltore, che cura la vite tagliando i tralci. La parola di Gesù, come sempre, è netta. Bisogna rimanere uniti a Lui, che è la vera vite, ovvero la vite che porta frutto. Bisogna rimanere uniti come tralci affidati alla cura dell’agricoltore, il quale opera sapientemente i suoi tagli sulla pianta così che i tralci siano veramente fruttiferi. La potatura solo apparentemente assomiglia ad un taglio distruttivo, perché in tal caso i tralci sono tolti alla radice e diventano secchi, mentre la potatura li lascia uniti alla vite quel tanto che basta perché riprendano a crescere e a fruttificare. Certo, solo l’occhio esperto del vignaiolo e il gesto deciso della sua mano sanno operare per il bene della pianta. Anche Gesù – che, mentre pronuncia queste parole, sta preparandosi alla passione e alla morte di croce – è pianta che deve passare attraverso il rito della potatura, anche Lui deve sottostare alla volontà del Padre, del celeste agricoltore. E vuole portare con sé, nel tragitto della morte e della vita, noi che siamo i suoi tralci, quelli che egli ha già potato grazie alla parola che ci ha annunciato. Gesù, infatti, dice proprio così: «Voi siete già puri, a causa della parola che io vi ho annunciato»; e quel «puri» è esattamente il risultato dell’essere stati potati. Puri perché potati. Avesse detto che noi siamo puri a causa della parola che abbiamo messo in pratica, avremmo dovuto temere. Invece, ha detto che noi siamo puri già solo in forza dell’aver ascoltata la parola. In sostanza, la nostra purezza sta nel rimanere uniti alla vite vera, nel ricevere il nutrimento delle parole di Cristo. La nostra fortuna, quindi, consiste proprio nella sapiente potatura del Padre agricoltore, che ci ha sì tagliati e messi alla prova, ma a fin di bene, e senza staccarci dalla vite. Ed è proprio restando uniti alla vite che noi tralci portiamo frutto, perché senza il legame profondo con la vite, invece, non possiamo fare nulla.

Tante volte mi viene chiesto a che serve venire a Messa tutte le domeniche. Ecco, in queste parole di Gesù – pronunciate proprio quando l’Eucaristia è nata tra le sue mani – c’è una risposta. Qui rimaniamo uniti a Lui e ascoltiamo la sua parola, talvolta un po’ abitudinariamente e distrattamente. Qui ci manteniamo uniti alla vite vera, e solo da questo legame profondo possiamo sperare che la linfa del Vangelo passi poi dentro la trama della  nostra vita quotidiana. Se dobbiamo prendere alla lettera le parole di Gesù, la potatura – ovvero l’operazione dell’agricoltore che ci rende puri – avviene certo con le fatiche della vita e con l’inquietudine e la sofferenza che comunque caratterizzano il nostro quotidiano, ma avviene soprattutto qui, a contatto con la parola annunciata e ascoltata.

La tentazione di pensare di poter fare a meno di Gesù e di condurre, quindi, una vita autonoma, separata dalla vite vera, è molto forte per l’uomo del terzo millennio, che crede di essersi emancipato dal ruolo di tralcio e di poter assurgere ormai ad agricoltore in proprio della propria vite. Ebbene, il terreno è pieno di rami secchi che credevano di essere piante libere e potenti. A noi può capitare di sentire la cesoia del Padre agricoltore giungere vicina al cuore della nostra vita, colpirci lì dove ardono i nostri desideri e covano i nostri progetti. Può accadere di sentire la fatica del vivere cristiano e la delusione di frutti che non si vedono. E ci sono giorni in cui le potature del Padre vignaiolo proprio non le comprendiamo: ci appaiono come tagli dolorosi e le sentiamo come ferite aperte. Ebbene, ricordiamoci che, se rimaniamo uniti alla vite vera, nessun taglio è per il fuoco che brucia, ma è per portare molto frutto.

Ci riconosciamo allora pienamente nelle parole piene di fiducia della prima lettera di Giovanni: «Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio… osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito».

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