Quarta Domenica di Pasqua. Il pastore, quello bello…

L’espressione con cui Gesù si definisce – in questa pagina del vangelo di Giovanni, che torna ogni anno nella quarta domenica di Pasqua – è assai conosciuta: «Io sono il buon pastore». In verità l’evangelista pone sulla bocca di Gesù queste parole: «Io sono il pastore, quello bello». Il termine greco καλός dice che una persona (o una cosa) risponde perfettamente alla sua funzione, alla sua identità. Infatti, nei vangeli troviamo che καλός – bello e, quindi, buono – è il vino delle nozze di Cana, l’albero che porta frutto, il terreno che produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta per uno nella parabola del seminatore. A me piace molto che l’aggettivo usato per dire che Gesù è perfettamente pastore non sia né “vero”, né “giusto”, né “buono”, ma “bello”. Egli è la «luce vera», il «pane vero», ma è il «pastore bello». La bellezza diventa la misura della verità, della bontà e della giustizia di Colui che vuole essere il nostro pastore. Non è una semplice questione di parole, una discussione accademica per esperti dei vocaboli greci usati nei vangeli. No, cambia la sostanza del rapporto che Cristo vuole avere con noi. Perché è chiaro che in questo discorso del buon pastore al centro non c’è la docilità delle pecore, ma la dedizione del pastore. Gesù non ha l’intenzione di parlare del modo in cui si comportano le pecore, se siano o meno ubbidienti, ma di annunciare il modo in cui si comporta lui stesso, il buon pastore, indipendentemente dalla risposta delle pecore. Questo discorso ci mette davanti a chi è veramente Gesù per noi, alla sua qualità perfetta di colui che si preoccupa di noi come di pecore che gli appartengono.

Anche questa parola va spiegata, perché rischiamo di intenderla come un possesso, come un potere schiavizzante. Non apparteniamo a Gesù, nel senso che egli è il nostro padrone e può gestire della nostra vita a suo piacimento. Questo è il nostro modo di intendere il potere di uno su di un altro. No, l’appartenenza è un’altra cosa. Per capirlo, possiamo ricordare il momento in cui Gesù dalla croce affida a Giovanni sua madre. Si dice proprio che il discepolo la prese con sé, e l’espressione usata è la stessa che indica il rapporto di appartenenza delle pecore al buon pastore: Maria appartiene a Giovanni, come le pecore appartengono al buon pastore. È un legame profondo, di dedizione. Se volessimo trovare un altro contesto umano in cui l’appartenenza è reciproca, in cui un uomo diventa parte della proprietà di una donna e una donna diventa parte della proprietà di un uomo, questo è il matrimonio: i due sono una carne sola, si appartengono non in un legame di reciproco possesso ma in un rapporto di mutua dedizione, e quindi la libertà di ciascuno dei due è custodita dall’altro, è protetta e insieme liberata. Chi è sposato è più libero di realizzare la propria identità, perché c’è un altro che se ne prende cura e lo mette nella condizione di uscire e entrare nel recinto, sapendo che, dentro o fuori, appartiene a qualcuno. L’amore vero è appartenenza, è tenere una persona vicina (ad tenere), non come si tiene una cosa stretta nel pugno della mano, ma volendola per sempre vicina (ad per tenere). È per questo motivo che le pecore che appartengono al buon pastore non sono meno libere di quelle che non provengono dal suo recinto.

Anzi, il pastore è quello bello, è quello buono, perché vuole creare un legame di appartenenza anche con le pecore che non sono nel suo recinto. Egli dedica la sua vita a coltivare un rapporto di conoscenza con le pecore, quelle del recinto e anche le altre, che egli intende unire in un solo gregge. È solo bello che sia così. Ed è per questo che il pastore, quello bello, quello buono, lascia le novantanove pecore nel recinto per andare in cerca di quella perduta, perché anche quella pecora gli appartiene, fa parte di lui. Magari non è giusto comportarsi così. Ma è sicuramente bello. Ti fa sentire amato, sicuro, perché c’è qualcuno che sta vicino a te e non ti abbandona quando sopraggiunge il lupo, ma è qualcuno che ti viene anche a cercare quando tu lo abbandoni e ti smarrisci.  

Il vangelo di oggi non vuole parlarci della docilità delle pecore – di noi – ma della dedizione del pastore. È chiaro, però, il messaggio per noi: tutto il tempo che noi impieghiamo per non appartenere a questo pastore, quello bello, è tempo perso…

 

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2 thoughts on “Quarta Domenica di Pasqua. Il pastore, quello bello…

  1. Caro Don Agostino, ” belle” le tue parole e grazie per il giusto significato. Quel ” ad per tenere” è bello così spiegato.
    Giorgio Quadri

  2. … quindi è vero che “la bellezza salverà (anzi ha già salvato) il mondo”!
    Ho letto un momento fa un articolo su questo argomento; lo trova su http://www.tracce.it di Giovanni, comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, tratto dal settimanale VITA.
    Come va la sua salute? E’ tornato a casa?
    Auguri!
    PINUCCIA

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