Veglia Pasquale. Persone di luce e sorgenti d’acqua viva…

«Dopo aver trovato Dio, dobbiamo cercarlo ancora, perché è immenso», ci suggerisce sant’Agostino. Ecco, il Crocifisso non è più nel sepolcro, ci precede in Galilea. Così ripete anche a noi l’angelo della risurrezione.

Non è più nel sepolcro? Ma si trova forse da un’altra parte? Dobbiamo rispondere di no. Se fosse da un’altra parte, sarebbe ancora dentro il tempo in uno spazio. La risurrezione è uscita dal tempo e dallo spazio in una dimensione di cui non abbiamo esperienza. Del resto Dio vi era entrato, nel tempo e nello spazio, ed ora ritorna, trascinando con sé quel corpo che si era formato nel grembo di Maria. Si rese visibile, parlò, mangiò, si lascio toccare, ma fu solo per poco e solo per alcuni. Ma la vita che Cristo ha adesso è la stessa che acquistò nell’attimo della risurrezione. È per noi esattamente come fu per gli apostoli, per Maria di Magdala e per gli altri discepoli.

Che cosa vuol dire allora che ci precede in Galilea? Il vangelo di Marco non parla di apparizioni avvenute in Galilea. Il versetto 8 (quello che segue immediatamente il brano del vangelo che abbiamo ascoltato) dice così: «Esse (le donne) uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite». La Galilea non è un luogo geografico, indica semplicemente il momento in cui Gesù ha incrociato la nostra vita. Con una parola cristiana potremmo dire che la Galilea in cui noi possiamo incontrare il Crocifisso vivo è il Battesimo. Evidentemente non il giorno del battesimo, ma il battesimo che vive nel quotidiano. Tocca a noi battezzati testimoniare quello che le donne, impaurite, non dissero a nessuno.

Ecco che cosa significa che Dio è immenso: Egli, il Crocifisso per amore, è ovunque, ci precede, ma è attraverso di noi che cammina ancora nel mondo. È bellissimo quanto dice il protagonista del romanzo Doktor Zivago di Boris Pasternak: «La storia di una singola persona umana è diventata la storia di Dio e ha riempito del suo contenuto lo spazio dell’universo». Ce lo aveva ricordato assai bene Benedetto XVI nell’omelia della Veglia pasquale del 2008: «Nel Battesimo il Signore entra nella vostra vita per la porta del vostro cuore. Noi non siamo più uno accanto all’altro o uno contro l’altro. Egli attraversa tutte queste porte. (…) Egli è in grado di passare non solo attraverso le porte esteriori chiuse, come ci raccontano i Vangeli. Può passare attraverso la porta interiore tra l’io e il tu, la porta chiusa tra l’ieri e l’oggi, tra il passato ed il domani. (…) È questa la realtà del Battesimo: Egli, il Risorto, viene, viene a voi e congiunge la vita sua con quella vostra (…) Voi diventate una cosa sola con Lui, e così una cosa sola tra di voi».

Che bello avere qui un bambino della nostra comunità, che porta lo stesso nome che Gesù diede al primo degli apostoli, quel Simone divenuto Pietro, un bambino che in questa veglia pasquale realizzerà questa stupenda incorporazione a Cristo Risorto. Come abbiamo cominciato a prendere alla leggera l’Eucaristia, così spesso non diamo la giusta importanza al sacramento del Battesimo. Fa sorridere anche solo il pensare che Dio cominci ad amare Pietro come suo figlio dal momento del suo battesimo: è l’amore di Dio ad averlo creato e donato al concepimento dei suoi genitori. Non è Dio che comincia ad amare, ma è Pietro che si trova innestato dentro l’Amore, è Pietro che stanotte diventa uno con noi perché si congiunge al Cristo Risorto, il quale oltrepassa la porta dei nostri cuori.

La ricchezza simbolica di questa Veglia meriterebbe una lunga catechesi. Mi limito a indicare un momento in cui due elementi sensibili del Battesimo vengono come ad incrociarsi tra loro. I due elementi sono l’acqua e la luce. La luce, in questa solenne liturgia, è rappresentata dal cero pasquale acceso al fuoco nuovo. È simbolo di luce e calore, di luminosità ed energia: luce per illuminare l’uomo confuso e disorientato, calore per vincere il freddo del buio, energia buona da sprigionare nella trama dei rapporti sociali e familiari spesso segnati da gravi tensioni. Poi c’è l’acqua, misteriosamente sgorgata con il sangue dal costato del Cristo Crocifisso, come sorgente fresca che dona la vita. L’acqua che sta nel fonte viene come vivificata e quasi illuminata dalla triplice immersione del cero pasquale, con queste parole: «Discenda, Padre, in quest’acqua, per opera del tuo Figlio, la potenza dello Spirito Santo». Ecco, vedete, è proprio quel Dio immenso che viene ad abitare questa sorgente trasformandola in ruscello di vita. Il cero dentro l’acqua è forse il segno più potente di questa notte di Pasqua. Quell’acqua è veicolo di salvezza. Battezzati in essa diveniamo anche noi «persone di luce» e «sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva». Lo dice il Papa nell’omelia di un’altra veglia pasquale (2009), aggiungendo una frase che vorrei ripetere qui, come un augurio per la santa Pasqua. Il nostro Pietro è ancora un ruscello che in questa notte riceverà l’abbraccio benefico della sua sorgente. Noi, battezzati di lunga data, siamo fiume che forse da quella sorgente troppo si è allontanato e ne ha smarrito l’abbraccio. Questa notte possiamo abbeverarci ancora e ricordarne il sapore. Dice Benedetto XVI: «Noi tutti conosciamo persone simili che ci lasciano in qualche modo rinfrescati e rinnovati: persone che sono come una fonte di fresca acqua sorgiva. Non dobbiamo necessariamente pensare ai grandi come Agostino, Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta e così via, persone attraverso le quali veramente fiumi di acqua viva sono entrati nella storia. Grazie a Dio, le troviamo continuamente anche nel nostro quotidiano persone che sono una sorgente. Certo, conosciamo anche il contrario: persone dalle quali promana un’atmosfera come da uno stagno con acqua stantia o addirittura avvelenata. Chiediamo al Signore, che ci ha donato la grazia del Battesimo, di poter essere sempre sorgenti di acqua pura, fresca, zampillante dalla fonte della sua verità e del suo amore!». E così sia.

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