Fiducia nel disegno di Dio

QUARTA DOMENICA DI AVVENTO – Anno A

Il re Acaz e Giuseppe sono due personaggi profondamente diversi. Al primo viene detto di domandare un segno al Signore, ed egli si rifiuta: «Non voglio tentare il Signore», risponde. A Giuseppe viene invece richiesto di entrare nel mistero di Dio e di accogliere il segno dato gratuitamente da Lui, e Giuseppe «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore». Ciò che accomuna il re dell’Antico Testamento e il giusto Giuseppe – distanti tra loro sette secoli – è proprio il segno. L’evangelista Matteo è chiarissimo: tutto quanto accade a Giuseppe è perché si adempisse la parola del profeta Isaia, proprio quella parola riferita ad Acaz: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un Figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi».

A prima vista sembrerebbe a noi saggia la risposta del re al profeta: non ci viene insegnato che è sbagliato tentare il Signore con la richiesta di segni per credere? Perché, allora, Isaia dice che il Signore ha perso la pazienza e darà lui stesso un segno? Sarebbe troppo lungo qui spiegare tutta la vicenda storica del re Acaz. In breve, egli scelse di fidarsi di alleanze umane, invece di confidare totalmente e unicamente in Dio. Il segno che Dio gli vuol dare è un figlio, ovvero un futuro inaspettato, uno sviluppo misterioso della storia. Nelle mani di Dio, però, e non affidata alle alleanze con questo o quel potente. Il re, invece, ha paura dell’evolversi degli eventi e decide di testa sua, non vuole prendere una decisione che lo impegni con Dio. Il Signore darà quel segno al re Acaz? Sembra di sì: sua moglie gli partorirà un figlio, Ezechia, il quale sarà re dopo il padre per 29 anni, e, a differenza del padre, sarà un re pio e devoto. Ma la promessa del «Dio con noi» di Isaia resta aperta. È la promessa di una presenza diversa, stabile, definitiva, totalmente altra rispetto ad una comune nascita umana eppure totalmente simile al parto di una «giovane donna» (così dovremmo tradurre la parola che i cristiani hanno poi reso con «vergine», alla luce del pieno adempimento di quella profezia nella vergine Maria).

Ecco entrare in gioco Giuseppe. Anche la sua situazione storica è intricata. È sposo di Maria, ma i due non vivono ancora sotto lo stesso tetto, secondo le tappe del matrimonio ebraico, che prevedeva una fase di matrimonio senza convivenza per un anno, quello che noi chiameremmo un fidanzamento ufficiale. Ora, in questo preciso momento Maria concepisce Gesù. Possiamo comprendere il dramma di Giuseppe. Il ripudio di Maria avrebbe consegnato la sua sposa alla lapidazione. Ma che cosa significa che «pensò di ripudiarla in segreto»? Può voler dire che Giuseppe stesse pensando di non riconoscere come suo quel bambino che Maria portava in grembo. Ma ecco l’intervento di Dio che chiarisce a Giuseppe il suo ruolo: non deve affatto allontanarsi dal mistero di Maria, ma deve entrare anche lui pienamente nel disegno di Dio relazionandosi in modo nuovo a Maria e al bambino che nascerà. Ovvero: deve accogliere il segno di Dio, fidandosi unicamente di Lui.

Qui sta il nucleo fondamentale del Natale: l’uomo – in questo caso Giuseppe – sparisce nella sua pretesa di mettere a posto le cose a modo suo; sparisce per fare posto a Dio soltanto. Ma Dio inaspettatamente si rende presente proprio attraverso un uomo – Gesù – un figlio nato da donna ma senza intervento d’uomo. Natale è questo segno non richiesto, non voluto, non costruito al tavolo della diplomazia, non votato a maggioranza da nessun Parlamento. Un segno donato, che domanda accoglienza.

Dobbiamo sperare che Dio perda ancora la pazienza – per usare l’espressione di Isaia – e ci dia testardamente questo segno, di cui non avvertiamo più il bisogno. Da parte nostra dobbiamo accendere la fiducia. Imparando da Maria e da Giuseppe: Maria non ha capito tutto subito, ma ha seguito tenacemente la strada dell’attesa; Giuseppe avrebbe potuto dubitare e invece si è fidato sino in fondo. Tante volte è proprio difficile accendere la fiducia nelle pieghe della nostra vita: ci sembra che manchi ogni ragionevolezza. Maria e Giuseppe seppero farlo, perché la roccia della loro vita era Dio.

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