Vigilare, ma da pellegrini!

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

«Siate pronti!» è l’invito che forse meglio riassume la condizione della vita terrena. La Parola di Dio nelle domeniche precedenti ci ha invitati ad un distacco dalle cose, ad uno stile di preghiera, ad una tensione verso i valori del Regno. Tutto questo potremmo chiamarlo vigilanza, atteggiamento di chi attende e di chi spera; atteggiamento tipico dell’uomo di fede (vedi la figura di Abramo, tratteggiata nella 2a lettura). La vita è davvero un “viaggio sconosciuto” come il libro della Sapienza definisce la liberazione del popolo dall’Egitto e il suo viaggio nel deserto verso la terra promessa (vedi 1a lettura). Un viaggio guidato misteriosamente dal Signore come da una “colonna di fuoco” o un “sole innocuo” che illumina la notte.

Siamo dunque pellegrini di un viaggio sconosciuto, ma sappiamo e crediamo che ci aspetta una terra promessa.

Sappiamo e crediamo che il “padrone” di questa terra ci verrà incontro – non sappiamo quando e a che punto del nostro cammino – e ci introdurrà nel suo regno e passerà egli stesso a servirci. È questo il segno delle parabole contenute nel brano evangelico di oggi.

Le domande che potremmo farci sono due. La prima: siamo coscienti di essere pellegrini? Oppure viviamo il presente come qualcosa di definitivo, come un susseguirsi di ore e minuti totalmente nelle nostre mani? «Venga il tuo Regno», diciamo nel Padre Nostro: ma desideriamo davvero che venga per noi il Regno di Dio? Oppure siamo convinti che non è poi così male questo regno terreno, per cui preghiamo che venga il Suo Regno ma poi sotto sotto ci auguriamo che sia il più tardi possibile? Il pellegrino vive già nei suoi occhi e nei suoi sogni il luogo ove è diretto. Opera le sue scelte di pellegrino a partire dal fatto che ogni sosta è provvisoria e in vista del cammino e della destinazione ultima. Non si lascia convincere da proposte di soste troppo prolungate. Non si lascia sviare su altre strade. Sa dove deve andare e dirige lì ogni suo sforzo.

Non siamo turisti che godono di vedere cose nuove e di girare in posti sempre diversi, ma che hanno in animo di tornare alla casa da cui sono partiti. Siamo pellegrini senza casa perché diretti a casa. Non siamo ripiegati sul passato o preoccupati del presente ma aperti sul futuro.

La seconda domanda. Che cosa significa vigilare? Non è abbandono del mondo, bensì impegno. Il Regno che ci attende sta oltre la strada che dobbiamo assolutamente percorrere: il pellegrino che non si impegna nel suo cammino è destinato presto a disperare nel raggiungimento del traguardo.

Non è indifferenza verso il presente, ma autentica tensione verso il futuro. Il presente nasconde i segni del cammino. Le cose e gli altri sono segnali da accogliere e decifrare, perché portano al Regno. Il pellegrino che vuole arrivare al traguardo è attento ad ogni piccolo segno, perché è fedele al suo proposito di raggiungere la meta.

Non è ansiosa e preoccupata tensione, ma proposito quotidiano di conversione.

Gesù ha reso già presente il Regno. Il pellegrino sa che la Casa verso cui è diretto già esiste, non deve costruirla. Per questo il suo impegno è teso a prepararsi, mentre cammina, ad essere degno di quella Casa.

La vita del pellegrino è vigilanza solo se è conversione, voglia di continua purificazione.

Vigilare, allora, significa riconoscere le possibilità che ci sono date lungo il cammino. Significa rendersi conto che l’ultimo giorno non sarà altro che il frutto maturato lungamente da ogni singolo istante presente.

Adesso, oggi, noi costruiamo il giorno finale del nostro incontro con Cristo.

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One thought on “Vigilare, ma da pellegrini!

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