Colpo di testa 119 / Tienanmen, la repressione e le libertà ancora oggi negate

Corriere di Como, 4 giugno 2019

«Bisogna uccidere coloro che debbono essere uccisi, condannare coloro che devono essere condannati». Parole di trent’anni fa, pronunciate da un alto dirigente del Partito comunista cinese, e seguite da diciassette voci che iniziano tutte così: «Sono completamente d’accordo». Ecco la traccia sonora dell’unanimità sulla repressione del 4 giugno 1989 in piazza Tienanmen a Pechino, con trascrizioni fatte filtrare da un funzionario presente a quella riunione del Politburo. Le troviamo sui giornali e in Rete in questi giorni, insieme a fotografie sviluppate trent’anni dopo.

Si trovavano in 60 rullini che un giovane appassionato di fotografia, Jian Liu, ha tenuto nascosti fino a quando si è accorto che sua figlia non sapeva proprio nulla della strage di Tienanmen. Si è allora ricordato di quel prezioso archivio che se ne stava nascosto in alcune scatole e ha chiesto ad alcuni amici di far uscire i rullini dalla Cina, occultati nelle loro valigie, per raggiungerlo in California, dove Jian Liu vive. Oltre duemila fotografie sono così uscite dal segreto, sono state stampate, digitalizzate e divulgate ovunque. Naturalmente tranne che in Cina, ove vige ancora oggi una meticolosa censura circa tutto quello che accadde in piazza Tienanmen. Sembra impossibile, eppure è così. C’è tuttora in atto una gigantesca operazione di rimozione, per creare una sorta di amnesia collettiva. Sembra che il Partito si serva di algoritmi, che setacciano continuamente il web e lo ripuliscono da ogni accenno di commemorazione di quei tragici giorni del giugno 1989.

E questo fatto la dice lunga sulla contraddizione che continua ad attanagliare la nuova Cina, divenuta superpotenza economica e tecnologica (anche nel campo delle comunicazioni), eppure priva ancora del bene principale per la vita dei suoi cittadini, la libertà. Quando ad un popolo si nega l’accesso alla propria memoria storica e la conseguente possibilità di formarsi un giudizio critico sul passato più recente, si viola un diritto fondamentale dell’uomo.

Ma c’è anche da domandarsi perché i leader del Partito comunista cinese abbiano così paura che i cittadini possano sapere qualcosa dei fatti di Tienanmen. Forse perché il movimento che in quelle settimane agitò il Paese asiatico fu un fenomeno di popolo, che, secondo modalità non violente, sperava di convincere il potere a fare concessioni sul terreno delle libertà individuali. Ma non c’era alcuna possibilità di comunicazione tra il popolo degli studenti e il potere saldamente nelle mani dei funzionari del Partito unico. Una delle trascrizioni del Politburo guidato da Deng Xiaoping che decise la strage di piazza Tienanmen – contenute nel libro pubblicato ad Hong Kong – manifesta chiaramente quale fosse l’ideologia che animava l’analisi di quel fenomeno da parte del Partito: «I fatti hanno provato che la confusione e i tumulti sono dovuti al collegamento tra forze interne e straniere, frutto del rifiorire della borghesia che aveva come obiettivo l’instaurazione di un regime anticomunista vassallo di potenze occidentali». Forse questo linguaggio è caduto in disuso nella Cina diventata capitalista, ma nella Cina rimasta comunista è subentrata la paura di dover gestire una domanda di libertà che con il progresso degli ultimi trent’anni è enormemente cresciuta.

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