Come io vi ho amati…

QUINTA DOMENICA DI PASQUA – Anno C

Non so voi, ma io resto sempre colpito quando sento Gesù chiamare l’amore «un comandamento nuovo». Dovrebbero tutti ribellarsi a questa definizione, almeno per due motivi. Il primo è che l’amore – nel modo di sentire comune – non è qualcosa che si comanda, ma è un sentimento che si prova e a cui si dà libero sfogo. L’amore è libertà, è superamento delle regole. Dire che è un comandamento significa negare l’amore. E poi – ed è un secondo motivo di sorpresa davanti alle parole di Gesù – nulla è più antico dell’amore. Gesù crede di aver scoperto l’acqua calda, comandando l’amore? Vuol farci credere che l’ha inventato lui? Eppure, nonostante queste perplessità del nostro mondo, l’amore è il cuore del messaggio cristiano e non è raro che il cristianesimo stesso venga presentato nel panorama religioso mondiale come la religione dell’amore. Un antico scrittore cristiano, Tertulliano, ci informa sul fatto che l’amore vicendevole praticato nelle prime comunità cristiane fu determinante nell’evangelizzazione del mondo pagano, caratterizzato da liti e divisioni e da un clima non certo fraterno: «Vedete come si amano!», si diceva. Potremmo invocare anche l’argomento diametralmente opposto. Talvolta ci sentiamo dire che non siamo credibili come cristiani perché non facciamo vedere l’amore tra noi. Ricordo un cartello posto all’ingresso dell’Università Cattolica alla fine degli anni ’70, quando due gruppi di studenti – che si dicevano entrambi cattolici – si scambiavano parole di fuoco; ebbene un tale – con tono evidentemente provocatorio – scrisse questa frase sibillina: «Al tempo dell’impero romano servivano i leoni per eliminare i cristiani, oggi bastano i cristiani!». A pensarci bene, quel tale non aveva tutti i torti…

Eppure sulla bocca di Gesù c’è un vero comandamento ed è un comandamento nuovo. Ed è nuovo a motivo di un «come» che compare subito dopo e che ribalta totalmente l’amore così come lo intende il mondo, e cioè un sentimento spontaneo e quindi instabile e inaffidabile. Gesù dice: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». L’amore di Gesù è il modello e l’amore di Gesù verso di noi è assolutamente nuovo, tanto che lo dobbiamo ricevere come comandamento, perché non è un sentimento spontaneo, ma il frutto di un lavoro interiore, talvolta faticoso perché addirittura deve andare controcorrente rispetto al sentire comune.

Quindi l’amore che Gesù affida ai suoi come segno distintivo – «tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» – non è un amore qualunque, è un amore «come io vi ho amato». Dobbiamo, quindi, guardare a come Lui ci ha amati, per imparare ad amarci gli uni gli altri. La novità del comandamento sta proprio in questo supremo quadro di riferimento che è l’esempio stesso di Gesù Cristo. Il Giovedì Santo ogni anno ci riassume come è l’amore di Gesu in una semplice locuzione: è «sino alla fine». Ebbene, l’amore che è capace di convertire il mondo, che è segno distintivo dei cristiani e che Gesù comanda come una novità ai suoi discepoli è soltanto un amore sino alla fine. Potremmo cercare di indicare alcune dimensioni irrinunciabili e caratteristiche di questo amore.

È un amore sino alla fine quello che comincia prima che l’altro mi ami. Oggi si usa dire «gratuito», ma la parola è pericolosa, perché nel linguaggio commerciale assomiglia troppo a «gratis», ovvero richiama una cosa che si ottiene senza spesa, senza fatica. Cioè, l’esatto contrario di un amore sino alla fine, che invece costa, eccome!

È un amore sino alla fine quello che continua anche quando l’altro non contraccambia il mio amore o lo contraccambia con l’odio. E questa è l’esperienza che facciamo anche noi: un amore vero su questa terra non è per forza vincente, non costringe mai al contraccambio, ma è vero se, nonostante non sia contraccambiato, continua, magari imboccando vie diverse.

È un amore sino alla fine quello che vuole solo e sempre il bene dell’altro. Amare come Gesù ci ha amato significa, dunque, non limitarsi a non fare del male, ma impegnarsi seriamente per il bene dell’altro.

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