Effatà

VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Uno che non può né parlare né ascoltare è davvero tagliato fuori dal gioco della vita. Ecco perché questo miracolo di guarigione del sordomuto lo ascoltiamo sempre volentieri. Eppure dovremmo saper andare oltre l’episodio prodigioso per cogliere in esso almeno due attualizzazioni che ci riguardano.

La prima. Quel sordomuto guarito è un’immagine sin troppo evidente di un’altra categoria, in cui la malattia degli orecchi e della bocca non è fisica ma spirituale. Ora, c’è una parte del rito del battesimo che porta il nome della parola pronunciata da Gesù in quell’occasione: «Effatà», cioè «Apriti». Il sacerdote tocca con il pollice gli orecchi e le labbra del bimbo appena battezzato, dicendo queste parole: «Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre». Forse che il bambino è sordo e muto? Non fisicamente, ma spiritualmente sì, perché ancora non ha ascoltato la Parola di Dio e ancora non è in grado di farsene testimone nella vita. Ebbene, proprio quel rito che sta al termine della liturgia battesimale è una drammatica eppure entusiasmante assunzione di responsabilità da parte dei genitori insieme al padrino e alla madrina del bimbo battezzato: dico “drammatica”, perché spesso è una responsabilità non mantenuta, il cui esito, dal punto di vista della fede, è drammatico; ma aggiungo anche “entusiasmante”, perché conferma la grande fiducia che Dio ha nella famiglia come luogo di educazione alla fede.

Ed ecco, allora, una seconda attualizzazione. Se passiamo in rassegna i gesti concreti di Gesù, scorgiamo alcune dimensioni che dovrebbero caratterizzare la nostra azione educativa.

«Lo prese in disparte, lontano dalla folla…». Gesù compie il miracolo in disparte, di nascosto dalla folla, che pure ha condotto a lui il sordomuto. I miracoli educativi sono sempre il frutto di un lavoro paziente e nascosto, ma hanno bisogno di genitori e figli che coraggiosamente accettano di ritagliarsi un tempo lontano dalla folla. Oggi a certi bambini capita di avere un’agenda più fitta di un dirigente d’azienda, ed è un’agenda decisa da genitori, si dice spesso per il loro bene, per la loro crescita armonica. Ma poi quanto tempo si dedica al dialogo, all’ascolto, ad una comunicazione qualitativamente rilassata, a televisore spento?

«… gli pose le dita negli orecchi…». Il gesto vuole proprio indicarci la via del miracolo, che è la concretezza di un contatto fisico. Anche i miracoli educativi richiedono concretezza. Dapprima nella sfera dell’ascolto. Si spendono tante energie per insegnare a parlare, ma poche per insegnare ad ascoltare, eppure solo chi sa ascoltare sa anche parlare.

«… e con la saliva gli toccò la lingua…». Toccare la lingua di un altro con la propria saliva è un gesto di profonda partecipazione. La saliva è un simbolo eloquente di una saggezza fondata sui valori, una sapienza non teorica ma pratica che sa affrontare la vita di tutti i giorni. Forse una volta c’era meno sapienza nel senso di conoscenze teoriche e astratte, ma c’era più saggezza nel senso di una filosofia di vita impastata di concretezza. Ecco, proprio quest’ultima va recuperata nel rapporto educativo: la lingua dei figli – cioè la loro capacità di stare al mondo, di impostare una vita autonoma, di fare scelte meditate – dipende in massima parte dalla saliva dei genitori – cioè da quella saggezza acquisita attraverso una abituale frequentazione dei valori che contano, una saggezza che si vede prima ancora che una sapienza che si insegna – .

«… Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”». È la preghiera, dimensione irrinunciabile perché avvenga qualsiasi miracolo, compresi quelli educativi. I genitori sappiano che mettono tutti i loro sforzi nelle mani di Dio, perché è comunque Lui e soltanto Lui che dice «Effatà», è Lui che apre gli orecchi e la bocca. Dovremmo tutti imparare a sostituire i tanti sospiri, inutili perché troppo umani, con il sospiro della preghiera, che sa guardare in alto e fa dipendere da Dio gli sforzi della nostra umanità.

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