La nostra casa è l’Eucaristia

GIOVEDÌ SANTO

«Discese quaggiù la nostra Vita e uccise la nostra morte… Se n’è andato, eppure, eccolo, è qui. Non volle rimanere a lungo con noi, ma non ci ha lasciati!». Questa frase di sant’Agostino vuole accompagnare la nostra riflessione nel Triduo pasquale di quest’anno. Stasera contempliamo il grande mistero dell’Eucaristia attraverso il gesto della lavanda dei piedi, compiuto da Gesù nel Cenacolo alla vigilia della sua passione. In quei tempi lavarsi i piedi significava essenzialmente essere arrivati finalmente nella propria casa o in una casa amica per riposarsi e magari condividere un pasto comune. Vuol dire che la nostra casa di discepoli di Gesù ha a che fare con quanto avviene nel Cenacolo e nelle ore successive, sulla Croce e nella Risurrezione. Vuol dire che la nostra casa ha a che fare con Gesù, morto e risorto. La nostra casa è l’Eucaristia. Quando arriviamo qui, dove si celebra la Messa, possiamo fermarci, rimanere, riposare e il Signore Gesù – che è Dio – si cinge dell’asciugamano della nostra umanità e ci lava i piedi.

Riconoscere che l’Eucaristia è la nostra casa significa proprio confermare quanto sant’Agostino diceva in quel bellissimo testo: «Se n’è andato, eppure, eccolo, è qui. Non volle rimanere a lungo con noi, ma non ci ha lasciati». L’Eucaristia è Gesù che non ci ha lasciati, è Gesù che è qui. Forse abbiamo smarrito il senso della grandezza di questo dono che il Signore ci ha fatto. Non ne capiamo l’importanza, tanto è vero che abbiamo finito con il ridurre la Messa ad un precetto festivo da cui, con molta leggerezza, ci dispensiamo spesso. Se comprendessimo che l’Eucaristia è già la casa del Padre, cambierebbe la nostra consapevolezza e ne guadagnerebbe la nostra testimonianza, la nostra visibilità nel mondo. Se l’Eucaristia è la nostra casa, vuol dire che nelle nostre case deve valere la stessa logica del dono, dell’amore fino alla fine, che è all’origine del gesto eucaristico di Gesù. Non si viene qui a mangiare il pane del cielo, se non perché esso sia continuamente spezzato sulla terra, nella trama dei rapporti personali, nelle famiglie, nei luoghi in cui viviamo. Il gesto della lavanda dei piedi – che nel vangelo di Giovanni tiene il posto del racconto dell’istituzione dell’Eucaristia – bene esprime questa dimensione concreta, storica della Messa da celebrare e da vivere. Talvolta si ode questa obiezione rivolta alla Chiesa: troppe Messe celebrate e poca Eucaristia concretamente vissuta! Può darsi che vi sia una parte di verità in questa critica, ma c’è da domandarsi se non sia vero il contrario, e cioè che la scarsa visibilità dell’Eucaristia dipende dal fatto che la Messa è stata svuotata del suo significato e che i cristiani hanno smesso di venire a cercare nel pane eucaristico il nutrimento, la forza, la consapevolezza di una presenza nel mondo secondo una logica diversa da quella del mondo. Gesù lo dice chiaramente ai suoi discepoli a cui ha appena lavato i piedi: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Quindi, non solo l’Eucaristia è la nostra casa, ma la nostra casa è l’Eucaristia. Le nostre famiglie devono sempre più essere la copia domestica di questo altare. Devono circolare i catini tra moglie e marito e tra genitori e figli, perché il catino è lo strumento dell’amore sino alla fine scelto da Gesù. Nessuno deve sentirsi indegno di lavare i piedi altrui, ma nemmeno deve ostentare la falsa umiltà di non lasciarseli lavare dall’altro, come Pietro nel Cenacolo. Amare è sempre una circolarità di donare e ricevere, perché, come ha scritto Benedetto XVI nella sua enciclica sulla carità: «L’uomo non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono». Io credo che se questa logica eucaristica abitasse nelle nostre case, si eviterebbero tanti problemi, ci sarebbero meno incomprensioni, pretese o lamentele.

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