Colpo di testa 65 / Fracchia, noi tutti e l’umanoide Erica

Corriere di Como, 27 marzo 2018

«Com’è umano lei!», è la frase simbolo di Giandomenico Fracchia, il popolare personaggio interpretato da Paolo Villaggio. Saremo tentati di dirla a uno dei robot che il giapponese Hiroshi Ishiguro produce nei suoi laboratori di Osaka? Non uno di quegli aggeggi pieni di fili, senza sguardo e dalla voce metallica. Ma veri e propri «umanoidi» che cercano di copiare le fattezze dell’uomo e della donna, al punto da farli sembrare davvero umani. Il prof. Ishiguro iniziò il suo progetto nel 2002 con la replica di sua figlia Risa, 9 anni, ma si trattava ancora di un pupazzo di gomma dalle movenze rigide. Poi fu la volta della replica di una famosa conduttrice televisiva giapponese. Fino alla produzione da parte dello scienziato di un proprio gemello, in una ulteriore tappa di avvicinamento in questa sfida alla somiglianza. Ora, l’ultimo ritrovato della robotica umanoide giapponese si chiama Erica: è pienamente autonoma perché dotata di un sintetizzatore vocale e di un generatore di movimento naturale, è capace di sostenere una conversazione fino ad un massimo di dieci minuti, e ha la possibilità di riconoscere la voce e di seguire i movimenti degli umani con i raggi infrarossi.

Quale sviluppo è prevedibile in questa direzione presa dalla robotica umanoide? Il prof. Ishiguro si basa sulla convinzione che, se i robot devono entrare nella vita degli umani come badanti e segretarie e comunque con funzione di relazione simil-umana, devono essere il più umani possibile, nel senso di ricopiare fedelmente le fattezze esteriori dell’uomo e della donna. Ma non c’è solo esteriorità. Lo scienziato giapponese è convinto che, siccome le emozioni umane non sono null’altro che risposte a stimoli, esse sono manipolabili anche all’interno degli umanoidi. Insomma, un umano potrebbe addirittura innamorarsi di un umanoide e non è escluso che possa avvenire anche l’opposto. E qui ammetto di non riuscire più a seguire – da umano, s’intende – il prof. Ishiguro nel suo revival di meccanicismo di vago sapore cartesiano.

Passi l’illusione delle fattezze esteriori, fatte comunque con gomma riscaldata per farle assomigliare al corpo e alla pelle umana. Ma la carne umana è un’altra cosa, anzi non è per nulla una cosa, è proprio il mio e il tuo non essere riducibili a un oggetto. Mentre sotto la gomma calda – che non è carne – non c’è alcuna vita, ma soltanto un involucro di cavi, acciaio e microchip. E innamorarsi non è la risposta a uno stimolo, ma l’adesione pienamente umana a una promessa di relazione. E le emozioni non sono meccanismi, ma conseguenze – diversificate e spesso imprevedibili – di sinapsi elettriche e chimiche che abbisognano però dell’unità offerta da un soggetto storicamente situato. Ovvero: negli umani, a stimoli uguali si danno reazioni diverse, mentre le macchine sono noiosamente monotone. E, in quanto macchine, è meglio che lo siano. Infatti, qualità, sicurezza, affidabilità sono i criteri che dovrebbero guidare tutti i progetti di robotica. Ma non sono gli standard richiesti per valutare il grado di umanità. Anche il povero Fracchia, dunque, messo di fronte a Erica, non andrebbe più in là di un… «Com’è umanoide lei!».

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