L’amore che salva

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA – Anno B

Mathias Stomer (1600-1650), Cristo e Nicodemo, Darmstadt, Hessiches Landesmuseum

Nicodemo va da Gesù perché ha intuito che in lui c’è qualcosa che viene da Dio. Va a trovarlo di notte forse perché non vuole che si sappia (era un famoso capo dei farisei). O forse fu Gesù a fissargli un appuntamento al termine di una delle sue intense giornate, togliendo al riposo anche quelle ore notturne. Nicodemo va da Gesù perché i conti non gli tornavano: intuisce che l’immagine di Dio che Gesù predica e testimonia è affascinante, ma non rientra nei canoni della religiosità ufficiale. Così vuole capire. E, come facciamo spesso anche noi quando vogliamo capire, cerchiamo di incasellare l’altro dentro i nostri schemi. Non sappiamo se Nicodemo capì. Sappiamo con certezza che Gesù scombussolò le certezze di Nicodemo. Proprio come fa anche con noi, quando cerchiamo di ridurlo dentro i nostri comodi schematismi.

Gesù – nella conclusione del suo dialogo, proposta dalla pagina evangelica odierna – rimanda ad un episodio famoso avvenuto nel deserto: c’erano serpenti velenosi che mordevano la gente e la gente moriva, allora Mosè fece un serpente di bronzo e lo mise sopra un’asta e chiunque, morso, guardasse il serpente di bronzo, restava in vita. Anche Gesù annuncia che dovrà essere innalzato per salvare, perché così si manifesterà perfettamente che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Così ci conferma due cose importanti: che egli è un Dio innamorato follemente dell’uomo, e che amare significa dare, dare tutto sino alla fine. La storia umana, quindi, è inquadrata dentro un rapporto di amore, non di calcolo, non di raziocinio; ed è il credere a questo amore che permette all’uomo di non andare perduto, e non è certo né la propria bravura né il titanico sforzo di inanellare risultati utili. Dio ha dato tutto, l’uomo deve credere in lui. L’amore umano è la fiducia che risponde ad un dono. L’amore scatena amore, se è tanto, da dare… Potremmo davvero dire che la quarta parola della nostra Quaresima è «amore», in questo preciso senso che Gesù intende spiegare a Nicodemo. E anche a noi, oggi.

Diciamocelo senza falsi pudori: non è l’immagine di Dio che noi abbiamo e che trasmettiamo agli altri. Un Dio innamorato è uno che perdona, che è disposto a tutto pur di far felice la persona amata, è uno che aspetta con pazienza se l’amata ritarda, che dona sempre un’altra possibilità. Non è certo un Dio che nella storia interviene con la spranga, data sul collo di coloro che stanno sull’elenco che gli abbiamo fornito noi! A chiunque soffre, a chiunque è smarrito, a chi non ce la fa più, a chi si sente sulle spalle un pesante fardello di male, a chi è giudicato zero perché ha perso la sua battaglia o non capisce, noi dovremmo dire: guarda che Dio ha dato la vita per te, proprio per te. Sì, tu vali la vita stessa di Dio. E speriamo che ci sia qualcuno che lo dica a noi, quando anche noi misuriamo la strada e mangiamo la polvere. Sì, perché i serpenti velenosi della sfiducia, della delusione e della disperazione sono in circolazione e mordono. E se paradossalmente nel deserto a salvare fu il guardare un serpente di bronzo innalzato su un’asta, a noi è dato invece di guardare un Dio crocifisso per provare la misura smisurata del suo amore. Fuori da questo sguardo non si dà salvezza. Purtroppo, «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce». Ecco Dio trattato come un innamorato tradito! Egli ha amato gli uomini sino a dare tutto, e gli uomini in tutta risposta hanno amato più le tenebre che la luce. E l’amore delle tenebre genera soltanto altra tenebra, perché solo «chi fa la verità viene verso la luce». Questa storia di amore tradito continua ad accadere, ma Dio non smette di essere innamorato.

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