Colpo di testa 62 / Bernacca, le intemperie e le traversie della vita

Corriere di Como, 27 febbraio 2018

Dagli anni Sessanta di acqua ne è passata sotto i ponti della meteorologia. Era il 6 gennaio 1968 quando gli italiani cominciarono a familiarizzare con una rubrica fissa sul primo canale televisivo della Rai, intitolata dapprima “Il tempo in Italia” e poi “Che tempo fa”. Stava nascendo, insieme alla contestazione giovanile, il mito del colonnello Bernacca, vero e proprio pioniere della divulgazione meteorologica. I tre minuti della sua rubrica bucavano il video. Se il colonnello con il suo vocione sonoro e rassicurante diceva, prima del telegiornale serale, che l’indomani ci sarebbe stato rischio di pioggia, la gente usciva con l’ombrello appeso al braccio. “L’ha detto Bernacca” in quegli anni diventa una espressione sulla bocca di tanti, anche se il colonello amava condensare il suo lavoro con una precisazione: “Io non prevedo, deduco”, quasi a voler confermare la scientificità della sua previsione. E quando, invece di piovere, splendeva il sole e l’ombrello rimaneva appeso al braccio, si diceva sconsolati: “Bernacca ha sbagliato”.

Un quadretto, questo, che è stato infranto sicuramente dai progressi della scienza meteorologica, ma anche dalla tecnologia comunicativa. Oggi, “che tempo fa” lo si vede sul proprio telefono, con una grafica accattivante e una gabbia di dati previsionali addirittura maniacale, con temperature previste nelle singole ore del giorno e della notte, precipitazioni contabilizzate in millimetri di pioggia o centimetri di neve e velocità del vento. Bernacca si limitava alle 24 ore nelle sue previsioni, perché – diceva – “il tempo è sfuggevole e non si può andare oltre se non siamo sicuri neppure di quello che succederà domani”. Oggi le app meteorologiche hanno la pretesa di dirci il tempo che farà tra dieci o quindici giorni, naturalmente con una attendibilità molto più bassa rispetto a quella delle previsioni per domani o dopodomani. E se diamo una sbirciatina al radar meteo, possiamo anche sapere a che ora e dove pioverà effettivamente.

Nel frattempo i meteorologi sono aumentati a dismisura e il Bernacca di turno sbaglia sempre di meno, mentre cresce in maniera preoccupante la nostra dipendenza dal meteo. Può darsi che questo sia benefico per la sicurezza e la qualità della vita. Ma questo non toglie che la nostra esistenza rischia di dipendere più da “ciò che avviene in alto” (il meteoron, appunto), che da ciò che sta dentro di noi. Anzi, si sono già sviluppati strumenti che prevedono non solo le condizioni meteo, ma anche l’insorgere di disturbi fisici o umorali legati alle condizioni meteo. Insomma, insieme alla meteorologia c’è anche la meteoropatia.

Da un lato questa dipendenza del pathos dal meteoron ci ridimensiona nella nostra pretesa di essere microcosmi perfetti, autonomi e indipendenti, e ci inserisce a pieno titolo in una relazionalità con gli altri e in una organicità con il mondo stesso in cui viviamo. Ma suona un campanello d’allarme, che ci sollecita a governare la nostra esistenza terrena con quel coraggio che ci deve caratterizzare nell’affrontare le traversie della vita… e anche le intemperie del tempo.

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