Gesù, giudice finale

CRISTO RE DELL’UNIVERSO – Anno A

Parabola o realtà? La pagina evangelica di oggi sembrerebbe alludere ad un’immagine parabolica, ad una di quelle scene paradossali che Gesù amava mettere davanti agli occhi dei suoi uditori. Da non prendere alla lettera, dunque. No, questa non è una parabola. Gesù usa sì un’immagine che doveva essere usuale – il pastore che separa le pecore dalle capre – ma per descrivere un fatto che avverrà realmente e che riguarderà ciascuno di noi. Gesù si presenta come il giudice finale e anticipa, a nostro favore, i criteri del giudizio. Intanto, possiamo dire che Dio nella nostra vita non è come l’arbitro in una partita di calcio. L’arbitro è sul campo e segue le azioni e decide immediatamente, fischiando il fallo o concedendo un calcio di rigore o decidendo un’ammonizione o un’espulsione. Dio è sul campo, ma non come l’arbitro: non fischia, anzi è spesso silenzioso. Certo, ha dettato le regole del gioco, ma poi la partita la lascia alla libertà e alla responsabilità di ciascuno. Ammonizioni ne fa arrivare, ma senza estrarre cartellini gialli. Talvolta un Dio arbitro ci piacerebbe assai, e che sia prodigo di cartellini rossi… verso gli altri. Invece, in questa gara che è la vita, di arbitri ce n’è spesso più di uno, e non tutti hanno le carte in regola per farlo, ma certamente Dio non è arbitro. Dio è giudice, questo sì.

Attenzione però. Dio non è il giudice che sta alla fine di un procedimento e giudica a partire da quanto gli viene riferito (così sono i giudici umani, che, quindi, possono sbagliare). È giudice nascosto nell’uomo e che giudica in base al fatto di essere stato presente ad ogni azione. C’è una frasetta che talvolta si cita per mettere in guardia da comportamenti sbagliati: «Attento, Dio ti vede!». Ma si immagina Dio come uno che vede dall’esterno, quasi uno spione che riesce a vedere tutto. No, egli vede dall’interno. Egli è l’altro che sta di fronte a me. Egli è… io che sto di fronte all’altro. La pagina evangelica, da questo punto di vista, è chiarissima: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Io giudico – dice Gesù – perché io ero lì e non giudico le tue intenzioni ma le tue azioni.

Questo è un altro punto importante. Non varrà alla fine elencare propositi e intenzioni e nemmeno giurare di aver sempre creduto in Dio. Carta straccia. La vita è questione di carità verso l’uomo, in cui si nasconde Cristo, Dio fatto uomo. E non ci sono suggerimenti in corso. Non vi sono cartelli segnaletici aggiuntivi. Colui che ha fame, che ha sete, che è straniero, nudo, malato, carcerato non dichiara certo: «Guarda che io sono Gesù!». Non aspettarti questo suggerimento. Devi essere certo che chiunque altro – «uno solo di questi miei fratelli più piccoli» – è Gesù. A noi lo ha detto Gesù, e quindi lo sappiamo. Ma anche chi non ha ancora conosciuto Gesù, potrà essere benedetto nel giudizio finale, se avrà onorato ogni uomo con la sua carità. Nella pagina evangelica sia coloro che hanno esercitato la carità verso gli altri sia quelli che non l’hanno fatto sembrano sorpresi dal fatto che Gesù fosse proprio lì, in quell’affamato, in quell’assetato, in quello straniero, in quel malato, in quel carcerato. Sì, proprio così, la carità permette di riconoscere, quasi istintivamente, Gesù Cristo nell’uomo.

C’è un ultimo aspetto del giudizio finale che la pagina evangelica mette in luce e di cui è importante tener conto. Chi è condannato non è giudicato in base al male che ha fatto, ma al bene che non ha fatto. Spesso ci scusiamo dicendo che non abbiamo fatto del male a nessuno e, così dicendo, ci sentiamo a posto. A parte che spesso non è vero: è così facile fare del male, purtroppo, e creare sofferenza, magari credendo di fare il bene, magari credendo di amare. Ma, comunque, non basta non fare il male per finire alla destra di Cristo nel giudizio finale, bisogna fare il bene. E chi è condannato non lo è perché ha fatto del male all’affamato, all’assetato, al malato, al carcerato, non lo è perché li ha trattati male e li ha rifiutati, ma perché non ha fatto loro il bene, l’unico bene, che quelle persone si aspettavano da lui. C’è seriamente da riflettere.

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