Colpo di testa / 50 Totò Riina, l’omertà e la luce della verità

Corriere di Como, 21 novembre 2017

C’è silenzio e silenzio. C’è il silenzio fragoroso di una parola che non andava detta, e il silenzio scandaloso di una parola che andava detta. Questo secondo silenzio ha un nome ben preciso, omertà. La scomparsa nei giorni scorsi del capo mafioso di Cosa nostra Totò Riina ha fatto parlare e scrivere molto. Quel che è certo è che ogni mafia costruisce il suo potere tentacolare proprio grazie al diffondersi su un territorio dell’atteggiamento dell’omertà. Ovvero, come dice un dizionario, quella «solidarietà tra gli appartenenti a una stessa categoria di persone, per cui ciascuno tiene celato l’operato dell’altro per propria opportunità o reciproco interesse».Ma etimologicamente da dove deriva questa parola che utilizziamo ormai in tanti contesti? Gli studiosi sono indecisi. Alcuni ritengono che derivi da una voce del dialetto napoletano che significa «umiltà», intesa evidentemente come totale sottomissione degli affiliati ad una organizzazione mafiosa (il che, a dire il vero, con l’umiltà non ha nulla da spartire). Altri pensano ad una voce di origine siciliana, che deriverebbe dallo spagnolo «hombre», da cui «hombredàd», e quindi l’omertà sarebbe addirittura da identificare come l’atteggiamento del vero uomo, piena manifestazione della sua virilità. Quest’ultima spiegazione calza a pennello con l’immagine di Toto Riina, come criminale che non si è mai pentito, nonostante i numerosi efferati delitti commessi: per forza, egli era convinto d’essere un uomo vero e, quindi, ostentava sicurezza e tranquillità. Questa caricatura è molto diffusa anche fuori dagli ambienti strettamente mafiosi: spesso, però, a fronte di un volto imperturbabile, nasconde oscuri e inconfessati sensi di colpa, che aumentano con il tempo e che talvolta esplodono o implodono. È un mistero, invece, che cosa accada, quando si riesca a portarli sin dentro la tomba.

E che dire del primo silenzio? La vulgata attribuisce l’atteggiamento di chi parla, togliendo la verità dal segreto in cui qualcun altro avrebbe voluto tenerla per sempre inoperosa, o a persone imprudenti o a testimoni votati al martirio. O sconsiderati o folli, insomma. Eppure, questo è l’unico vero atteggiamento etimologicamente omertoso, cioè capace di rendere l’uomo autenticamente uomo. Incurante degli interessi di questa o quella società gerarchica, teso a difendere i poveri e i deboli dai tentacoli di chi pensa solo a ingrassare il proprio potere, coraggioso e onesto sino ai limiti dell’inopportuno. Mi faceva riflettere un servizio sulla mafia a Palermo, in cui commercianti che erano riusciti finalmente a denunciare il pizzo confessavano che avevano ritrovato la vera tranquillità, solo dopo aver detto la verità, vincendo l’omertà.

Uno che aveva la pretesa di essere la verità, e che non si limitò ad insegnare a dirla, si lasciò sfuggire un giorno: «Chi fa la verità, viene verso la luce». Di questa luce, che lascia trasparire anche le fragilità e chiama le cose con il loro vero nome, abbiamo tutti un urgente bisogno.

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