Colpo di testa 40 / Allerta meteo, disastri e conoscenza della terra

Corriere di Como, 12 settembre 2017

Dalla siccità all’alluvione. Il copione è abbastanza prevedibile, ma sapere dove e quando si scatena la bomba d’acqua è gioco per gli indovini o per i profeti del giorno dopo (quelli che l’avevano sempre detto). A Genova era stato dato un’allerta rosso, ma la peggio è toccata a Livorno ove l’allerta era solo arancione. Pioveva ancora e già si era aperta la voragine delle polemiche tra questo e quel politico sulle responsabilità pubbliche della tragedia, un altro sport in cui siamo imbattibili.

Viviamo nel mondo sofisticato delle comunicazioni e sul telefonino abbiamo sicuramente l’app con il radar meteo colorato che ci dice dove dovrebbe piovere e con quale intensità nelle prossime ore: se compare la macchia rossa/viola, potrebbe essere grandine! Funziona? Sì, con una buona attendibilità entro la mezz’ora. Come sul circuito di Formula Uno, in cui questo stratagemma permette di decidere quali gomme montare al prossimo pit-stop, a noi serve magari per sapere se è meglio andare adesso a fare la spesa o aspettare il passaggio del temporale. Ma nella vita di tutti i giorni l’allerta meteo viene data spesso e funziona come un «al lupo al lupo», che scarica la responsabilità sull’anello successivo della scala di «chi deve fare cosa». Al cittadino che sta al termine della catena rischia di arrivare come un consiglio sbiadito e, se consideriamo che la cultura dell’emergenza è poco radicata, c’è la possibilità che uno vada a dormire nello stesso modo in cui ci è andato la sera precedente, quando l’allerta non c’era o era solo verde. L’inflazione degli aggettivi apocalittici, che imperversa nei media per descrivere i fenomeni metereologici, crea assuefazione all’allarme e allenta ancora di più le difese. Certo, il clima è cambiato e eventi oggi straordinari diventeranno nei prossimi decenni sempre più comuni. Ma anche questa è una previsione che aspetta la verifica della realtà.

Forse vale la pena concentrarsi di più proprio sulla realtà. Come da anni ci chiedono i geologi, dovremmo attuare una seria politica del territorio con investimenti, decisioni e azioni che vadano nella direzione di correggere le storture del passato ed evitare nuovi errori. La conoscenza della terra – oltre ad essere una forma di rispetto del creato – è l’unico strumento per cercare di dominarne l’energia e di alleviare le conseguenze di eventi imprevedibili.

E qui sta un altro punto nevralgico di non poco conto che la nostra società ipertecnologica non vuole accettare. La conoscenza scientifica è irrinunciabile e va approfondita sempre più. Ma non tutto è prevedibile, perché la combinazione delle ipotesi è indefinita. E un margine di errore va dato anche all’ignoranza. Quella degli scienziati, che devono scoprire ancora tante cose. E quella della gente, che spesso è distratta e ciascuno coltiva il suo orticello. Un secolo fa il maltempo arrivava senza allerte di nessun colore e al massimo si suonavano le campane. Oggi c’è addirittura una scienza delle previsioni, ma dietro le nubi nere che s’avvicinano si nasconde sempre qualche sorpresa.

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