La forma del pane, il cuore, le mani

GIOVEDÌ SANTO – CENA DEL SIGNORE

È un momento speciale, stasera. È come se ciascuno di noi potesse celebrare l’anniversario del suo concepimento nel grembo materno. Di solito, noi festeggiamo il compleanno, per ricordare il giorno in cui siamo stati dati alla luce.In verità, la luce di quel primo giorno di vita trova la sua origine in un attimo che lo precede. E lo trova nell’amore. Perché è l’amore che genera la vita. L’amore precede la vita e le dona una forma. L’amore ha assolutamente bisogno di una forma in cui possa riversare tutta la sua passione, altrimenti si perde in mille rivoli e lascia per strada il vigore della sua origine.

Stasera è l’anniversario di quella sera in cui, Gesù, nel Cenacolo, ci ha concepiti, uno ad uno, e ha dato al suo amore una forma umana perenne, nel senso che potesse essere ripetuta in sua memoria. Quale forma? È la forma del pane spezzato: un’unità – una unione – che si lascia frantumare per arrivare ovunque e ricostruire così una comunità – una comunione – allargata. Stasera siamo invitati a contemplare nel gesto dell’eucaristia – del fare la comunione – proprio questa forma chiamata continuamente ad allargarsi. Lo so, è difficile nella vita quotidiana rendere visibile questa comunione, anche perché noi dimentichiamo di venire ad attingerla qui, ove c’è l’unità che si lascia frantumare, il Pane spezzato, il Cristo che si dona, affinché noi possiamo essere comunità che continua a spezzare e a condividere l’unico Pane. Non ci crediamo sino in fondo, e continuiamo ad agire nella storia come tanti pezzetti che credono di avere in sé la forza del tutto: pretendiamo di creare l’unione senza passare attraverso l’umiltà della comunione. Dimentichiamo proprio quella forma del pane spezzato che Gesù Cristo ha istituito nel Cenacolo. Ciascuno vive con il suo panino. Ciascuno partorisce il suo progettino. Ciascuno si ritaglia uno spazio di vita – più o meno ampio – in cui la legge della comunione non vale, uno spazio suo da vivere in proprio, in cui Gesù Cristo e la Chiesa non hanno nulla da dire. Nel Getsemani, quella sera, Gesù ha già sofferto in anticipo anche per questa nostra pretesa di privacy che rifiuta la forma del pane spezzato, la forma dell’amore «fino alla fine».

E, in effetti, i nostri amori faticano ad essere così, «fino alla fine», proprio perché faticano a prendere la forma che Gesù, quella sera nel Cenacolo, ha nascosto nel simbolo del pane. Nascosto in un simbolo, ma anche manifestato in un gesto, quello della lavanda dei piedi. L’evangelista Giovanni non ci racconta il simbolo del pane, ma al suo posto ci fa contemplare questo gesto stupendo che Pietro non capisce e a cui vorrebbe sottrarsi. Duri di cuore questi apostoli! Il gesto della lavanda dei piedi ci mostra la forma del pane spezzato all’azione, ne è come la materia. Ci mostra che l’Eucaristia, per essere sacramento ripetuto in memoria di Cristo dentro la storia umana, ha bisogno di mani e di cuore. Mani che lavano, le mani di Gesù. L’evangelista annota che «il Padre gli aveva dato tutto nelle mani». Non sono, dunque, mani impotenti e fiacche, ma mani che avrebbero potuto rivoltare il mondo. Sono mani, invece, che si perdono nell’acqua di un catino, che cercano la loro forma nei piedi sporchi di apostoli traditori, rinnegatori, comunque, di lì a poco, dormienti e fuggitivi. Gesù, mentre lava i piedi, sapeva che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani. Lo sapeva e racchiudeva in quel gesto compiuto con le mani la sapienza dell’amore. Il mondo Egli lo ha rivoltato così, in un gesto di supremo abbassamento, con cui dava a tutti noi quel tutto che aveva ricevuto dal Padre. Il «fino alla fine» dell’amore si raggiunge solo cominciando dai piedi. «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Lavare i piedi è solo un esempio, è un gesto compiuto con le mani che esemplifica un atteggiamento da assumere con il cuore. È il cuore di Gesù all’opera nelle sue mani che lavano i piedi ai discepoli. L’amore vero è così: è un cuore che si riversa nelle mani, è un’interiorità straripante che trova la sua espressione in gesti concreti. È l’amore che deve stare nel cuore delle nostre famiglie, un amore già vero in quanto umano, ma ulteriormente rafforzato dal vincolo del sacramento dell’Eucaristia.

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