Colpo di testa 07 / La selfie-mania e l’uomo di superficie

Corriere di Como, 15 novembre 2016

«Smartphone, smartphone delle mie brame, chi ha la più bella immagine del profilo del reame?»

«Smartphone, smartphone delle mie brame, chi ha la più bella immagine del profilo del reame?»

Secondo uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), l’Italia è seconda solo agli Stati Uniti nella classifica dei Paesi in cui si fanno più selfie condivisi poi su Instagram, il social network dedicato alle immagini. Ma se misuriamo il dato in rapporto al numero di abitanti, l’Italia diventa di gran lunga la prima in classifica. Voglia di fotografarsi. Perché? La risposta a questa domanda non è univoca. Eppure sembra innegabile che la selfie-mania nasce e cresce a dismisura, solo perché ci sono gli strumenti di diffusione di massa delle fotografie: la ricerca del Cnr ha monitorato un numero impressionante di scatti fatti a se stessi, con le condivisioni che viaggiano a un ritmo di 17 mila l’ora. Se come italiani siamo i primi nel mondo in questa nuova moda, può volere dire almeno due cose: uno, che siamo narcisisti più degli altri abitanti del mondo; due, che siamo più bisognosi di loro di comunicare la nostra immagine.

La smania di apparire, di farsi vedere dagli altri in qualche momento della vita in cui magari ci sentiamo più belli, più simpatici o anche più divertenti, è una caratteristica di quello che, qualche anno fa’, lo psichiatra Vittorino Andreoli ha descritto come «uomo di superficie». È paradossale che sia una auto-fotografia digitale scaraventata in rete a costituire la nostra consistenza, o meglio ciò che noi vogliamo che appaia come la nostra vera identità. Vengono in mente le ombre proiettate sulle pareti della caverna nel famoso mito di Platone: una finzione contrabbandata per realtà! Il selfie in fondo permette di eliminare il contributo dell’altro nella produzione dell’autoritratto: facendomi un selfie, sono davvero un uomo che si fa da solo (self-made man), uno che produce in proprio l’immagine di sé da diffondere come autentica. Certo, non per sempre, perché posso in ogni momento e in pochi secondi cambiare l’immagine del mio profilo, in una continua mutevolezza che è, ahimé, un’altra caratteristica dell’uomo di superficie. Ogni giorno – paradossalmente ogni minuto! – mi guardo nel telefonino (che ha preso il posto dello specchio della regina nella fiaba di Biancaneve) e mi vedo cambiato, e aggiorno la mia identità. Senza accorgermi, magari, che nulla in realtà è cambiato e senza tener conto che, continuando a modificare la mia identità fotografica, in realtà la rendo solo evanescente.

Che bello quando c’era bisogno di un altro che mi facesse un ritratto, una fotografia! Sono corso a guardare nel vecchio cassetto dove sono conservate le fotografie cartacee del passato. Ho scoperto che erano molti di più i paesaggi o le foto di gruppo. Selfie non ce n’erano ancora. Forse l’uomo viveva meno in superficie. Era più attento agli altri che a se stesso. Sapeva usare gli occhi e l’obiettivo per contemplare e non solo per guardarsi.

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