Perseveranza e agitazione

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

autunnoPer finire al centro di un programma televisivo sui misteri che affascinano, alla profezia di Gesù manca un tassello importante. Non c’è la data. «Verranno giorni…», già ma dicci, caro Gesù, in quale giorno esattamente, e, se puoi, anche l’ora così non prendiamo impegni! Evidentemente Gesù non ha interesse a finire nell’elenco dei vaneggiamenti circa il giorno della fine del mondo. Il suo intento non è affatto quello, e ce ne accorgiamo subito perché i segni che egli descrive vanno bene per ogni epoca storica, compresa la nostra. E poi, magistralmente, con l’arte del vero oratore, Gesù aggiunge: «Ma non è subito la fine». Se mi permettete un gioco di parole, anzi di articoli, vi dirò che a Gesù interessa metterci in guardia non tanto sulla fine, ma sul fine della storia. La fine non è adesso e non è subito, mentre il fine è già adesso, è subito. La parola chiave di tutto il vangelo diventa allora l’ultima pronunciata da Gesù in questo discorso: perseveranza. Sì, «con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». Lo scopo della vita, ciò a cui tende sin dal concepimento nel grembo materno, è la salvezza. Credo che le mamme in attesa di un figlio debbano cominciare a pensarlo in questa direzione: lo custodisco nel mio grembo, lo do alla luce perché la sua vita preziosa raggiunga la salvezza attraverso la perseveranza sino all’ultimo. Questo atteggiamento è fondamentale per un cristiano e ci richiama la virtù della speranza: perseverare – per-severus – significa coltivare continuamente uno stato d’animo che sia oltremodo severo nei confronti delle avversità della vita, che non si lasci scoraggiare dalle sconfitte, che trovi sempre la forza di attendere. Non nasciamo naturalmente perseveranti, dobbiamo continuamente esercitarci e imparare questa virtù, a contatto con la vita. Anche ai nostri figli insegniamo con la testimonianza delle parole e dell’esempio ad essere perseveranti, sin da quando sono piccoli.

Il contrario della perseveranza è l’agitazione. La si coglie come sfondo delle parole di Gesù. Ne parla apertamente san Paolo nella lettera che scrive ai cristiani di Tessalonica. Sembra che alcuni membri della comunità, convinti che il ritorno del Signore fosse imminente, avevano smesso di lavorare e vivevano senza far nulla, ma erano soprattutto agitati, tutti presi da questa spasmodica attesa di una rivelazione. Non è raro che le nostre comunità cristiane smettano di vivere il lavoro quotidiano della fede per inseguire l’agitazione di questa o quella rivelazione che promette mirabolanti novità. San Paolo – che pure è anche lui convinto che il tempo sarà breve – non vuole che la vita sia agitazione per attese sbagliate. Egli ordina ai Tessalonicesi di «guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità». La perseveranza va a braccetto con la tranquillità, che è calma e silenzio, in una vita che sa trovare spazio per la riflessione e la preghiera di affidamento al Signore.

«Chi non vuole lavorare, neppure mangi». L’espressione di Paolo è divenuta famosa, quasi un proverbio da citare contro i lazzaroni. È sicuramente al lavoro manuale – che nel mondo antico era visto come di minore dignità rispetto al lavoro intellettuale – che fa riferimento questa parte conclusiva della seconda lettera ai Tessalonicesi. L’ozio diventa il terreno di coltura di tanti altri vizi, primi fra tutti il pettegolezzo e la curiosità vana, che vengono a minare la tranquillità della comunità. Ma, potremmo pensare anche alla dimensione della fede autentica che, per Paolo, è lavoro, opera nel senso pieno del termine, non solo conoscenza teorica. Abbiamo bisogno tutti di recuperare questa dimensione della fede come lavoro, così che – già ora e già qui – realizziamo, pazientemente e quotidianamente, il fine della storia, senza agitarci troppo per la fine del mondo. La grazia di Dio ci è data non per sanare un vuoto del cuore in un modo più o meno magico e miracolistico, ma per attivare la nostra libertà umana e metterla in grado di operare, di lavorare, di costruire. «Chi non vuol lavorare, neppure mangi», allora può anche significare: se non vuoi rispondere alla grazia di Dio con il lavoro quotidiano della tua fede, allora non lamentarti se resti senza il cibo necessario al tuo spirito, quel cibo che permette alla tua vita di raggiungere la salvezza.

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