La carità scaturisce da Dio

QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Pulsatilla alpinaConosciamo talmente bene questa parabola, che siamo convinti di conoscerne il significato: esso fa parte delle cose che sappiamo d’istinto. Ora, la parabola del buon samaritano è quella che ci insegna ad amare il prossimo, qualunque prossimo incontriamo sulla nostra strada. Esatto, ma un po’ troppo semplificato. Anche perché la parabola è inserita in un quadro ben preciso: il dialogo tra Gesù e un dottore della legge. Quest’ultimo, come spesso accade, fa domande a Gesù con lo scopo di metterlo alla prova. Le domande sono due, e in entrambi i casi Gesù costringe il suo interlocutore a pensare e a dare egli stesso la risposta, che poi Gesù conferma, invitandolo a passare dalla teoria alla pratica.

Prima domanda: «che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Tre sottolineature importanti:

  • Lo scopo della domanda è la vita eterna, ovvero la salvezza integrale dell’uomo. Il dottore della legge rivolge a Gesù una domanda per così dire «verticale». Non domanda: «Dimmi come posso star meglio! Dammi qualche consiglio per cambiare in positivo la mia vita». Certamente la vita eterna ha a che fare con la vita terrena, ma non si lascia definire da essa. Lo sguardo di quest’uomo è aperto a 360°.
  • La domanda, poi, è personalissima: che cosa devo fare io. Del resto, la vita eterna come esito della mia vita terrena non può essere delegata ad un altro. Eppure la domanda si distanzia grandemente dalle nostre, che invece tendono sempre a spersonalizzare il problema: «che cosa deve fare la società, lo Stato, il Governo, la scuola, la Chiesa?».
  • E poi: che cosa devo fare Fare: non semplicemente pensare, credere, progettare, sognare. Il verbo usato è il verbo della concretezza della vita terrena. Il dottore della legge ha intuito che la vita eterna si raggiunge attraverso un fare qui e ora. Non è un problema da poltrona, il suo.

Come detto, Gesù fa costruire la risposta al suo interlocutore, con esclusivo riferimento alla Legge scritta: per ereditare la vita eterna è necessario fare l’amore di Dio e del prossimo. Nessuna novità eclatante, sennonché i due versanti vanno egualmente praticati: non si può fare indigestione di prossimo e astinenza da Dio, e nemmeno si può pensare di chiudersi in un amore privato di Dio eliminando il prossimo.

Eccoci alla seconda domanda del dottore della legge, il quale, evidentemente, si trovava in maggiore difficoltà sul versante dell’amore del prossimo: «chi è mio prossimo?». Gesù usa la stessa strategia: racconta una parabola e invita il suo interlocutore a rispondere alla sua stessa domanda. Ora, il centro della parabola del buon samaritano mi sembra questo: non è tanto importante che tu individui chi è il tuo prossimo, ma che tu ti faccia prossimo di chiunque incontri sulla tua strada. Detto con altre parole: non è la vicinanza ad una persona a creare amore, ma è l’amore a creare vicinanza. Se ami Dio e il prossimo, sei portato a sentire ogni uomo come tuo prossimo; se sei fuori dalla prospettiva dell’amore di Dio e del prossimo, ogni uomo rischia di esserti estraneo. La parabola mostra soltanto un’applicazione concreta del farsi prossimo. Ve ne sono molte altre, e anche più quotidiane:

  • per un papà e una mamma, educare i propri figli è farsi prossimo, amarli davvero, preparare per loro un futuro;
  • per un giovane, dare il buon esempio, comportarsi bene, vivere in modo sobrio, praticare le virtù cristiane è un modo di farsi prossimo ai propri coetanei;
  • per un figlio, rendersi disponibile in casa anche adesso che la scuola è finita, è farsi prossimo ai propri genitori.

Certo, la parabola contiene un motivo di riflessione in più per noi che veniamo qui la domenica a celebrare la Messa. Corriamo anche noi il rischio del sacerdote e del levita della parabola, cioè: il non saper fare agilmente il passaggio dal Dio che è presente nell’Eucaristia al Dio presente nell’uomo. Ecco perché la Messa non finisce, ma continua nella vita, e può essere così solo se il nostro cuore diventa, fuori di qui, il tabernacolo in cui abita Gesù Cristo. Per un cristiano l’esercizio della carità è come il traboccare del bicchiere del cuore, pieno di Dio!

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