Il dono della sapienza

TERZA DOMENICA DI PASQUA – Anno C

Giglio Rosso e Gruppo del SellaQuesta lunga scena mi fa sorgere una domanda: ma la risurrezione di Gesù che cosa ha cambiato nella mia vita? Sì, perché sembra che abbia fatto addirittura tornare indietro l’orologio della vita degli apostoli. Erano pescatori, Gesù li ha portati via dal mare e dalle barche per farne pescatori di uomini, ed ora eccoli tornati pescatori di pesci. Non solo. Le loro pesche sono ancora infruttuose. Fa impressione, a pietra del sepolcro ribaltata, sentire: «ma quella notte non presero nulla». Che diamine! Questo Gesù risorto non ha annunciato cose grandi? Non ha forse sconfitto definitivamente la morte? Perché quelle reti restano vuote, allora? Io non so se a voi capiti di sentire talvolta questa frustrazione tipicamente cristiana: essere i depositari di un annuncio al limite del credibile, cercare di esserne gli annunciatori e i testimoni in un mondo divenuto sempre più distratto se non ostile, e accorgersi che non abbiamo in mano nulla di vincente, nulla di sicuro, e avvertire che la vita di tutti i giorni scorre nella medesima fatica, legata ad un filo, sottratta – sì, anche la nostra di bravi cristiani! – ad ogni assicurazione sugli infortuni del vivere, sulle incertezze, sui dubbi. Tanto che qualche mattina ci verrebbe voglia di non uscire più a pescare. Tanto non cambia nulla: il sepolcro di Cristo è vuoto, Lui è ancora lì in chiesa nel tabernacolo, ma il mondo non cambia. L’unico che non si stanca mai e che sembra gestire la pesca dalla riva è proprio il Risorto. E forse questa immagine del Signore Gesù che prepara il pesce sulla brace in riva al mare è l’immagine più bella del Dio provvidente, discreto, quasi assente, o meglio, vicino da lontano!. Tenace, capace di uno sguardo profondo, dotato di un’immensa pazienza. Pensiamo al dialogo con Pietro, questo apostolo dal carattere irruente, impulsivo, emotivo, pronto a gettarsi subito in mare, quando Giovanni, il discepolo amato da Gesù, gli fa notare che quell’uomo sulla riva è il Signore. Nella nuova traduzione italiana è stata introdotta la differenza tra i due verbi usati dall’evangelista per indicare l’amore: agapao, il verbo dell’amore come dono totale, e fileo, il verbo dell’amore di amicizia. In sostanza Gesù domanda a Pietro: «Mi ami più di costoro?». E Pietro si limita a rispondere: «Tu lo sai che ti voglio bene». Così la seconda volta. La terza volta, nella domanda Gesù accetta di cambiare il verbo dell’amore e domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». E Pietro neppure capisce, anzi si rattrista per l’insistenza di Gesù: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Forse in questa pazienza educativa del Signore sta la chiave di lettura di tutta la storia umana che si dipana dalla Pasqua. Forse sta qui anche la risposta alla mia domanda iniziale: la risurrezione di Gesù che cosa ha cambiato nella mia vita? Ha immesso questa fiducia in un Dio che non si sfiducia mai, a differenza di noi. Egli è sempre sulla riva di ogni nostro amore frustrato, o incompreso, o irrealizzabile nella sua pienezza quaggiù. Egli ci fa gettare le reti dopo ogni pesca deludente. Egli prepara il pesce e mette il suo pane, accettando che noi aggiungiamo ciò che abbiamo pescato confidando sulla sua parola. In fondo, la Pasqua è davvero solo una questione di fede in Lui, perché Lui è l’unico risorto, noi dobbiamo ancora dibatterci in mezzo ai problemi e alle difficoltà della vita terrena.

Ecco perché è importante accogliere e lasciarci vivificare dal dono della sapienza, con il quale lo Spirito Santo ci aiuta a percepire Dio penetrando con amore nei suoi misteri. Se l’intelletto è il dono che ci fa percepire Dio nelle cose e nelle persone, la sapienza è il dono che ci regala l’esperienza di una penetrazione amorosa nel mistero di Dio. Del resto il verbo sàpere in latino significa sia conoscere sia gustare. Di me si potrà dire che so Dio – che lo conosco – , se so di Dio – se cioè ne porto il sapore – . Se abbiamo paragonato l’intelletto ad una lente che ci permette di vedere ciò che a occhio nudo sarebbe invisibile, possiamo paragonare la sapienza ad un viaggio in aereo che dall’alto ci permette di cogliere la vastità di un paesaggio visibile da terra solo in modo parziale. Sàpere Deum, cioè sapere Dio e sapere di Dio, ci dà la consolazione di questa vastità colta dall’alto con l’aereo dell’amore. Quasi un anticipo del paradiso.

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