Fortezza

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, GIUSEPPE E MARIA – Anno C

presepe 2015C’è in questo racconto qualche spunto per la nostra riflessione in questa festa natalizia che ci pone davanti agli occhi la Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. Dodici anni era l’età in cui un ragazzo entrava a pieno titolo tra i membri del popolo di Israele. In questa occasione Gesù rivela la sua missione di Figlio di Dio mandato dal Padre per la salvezza degli uomini. Gesù è un adolescente – così diremmo noi oggi – che manifesta la sua vocazione. Ora, l’adolescenza è uno dei momenti più delicati della crescita. I genitori lo sanno bene e spesso temono questa età. Sono, come dice Maria di sé e di Giuseppe, «angosciati». Spesso è proprio questa angoscia la peggiore consigliera di un padre e di una madre nel momento in cui i figli sono adolescenti. V’è il rischio di scendere al loro livello, abbandonando il ruolo di genitori per diventare amici. Sbagliato, perché gli adolescenti hanno bisogno di un padre e di una madre, magari per rifiutarne il ruolo, ma per rifiutare qualcuno bisogna averlo chiaro davanti agli occhi come una presenza comunque significativa. V’è pure il rischio di non saper accettare il cambiamento d’età, continuando a considerare i propri figli come dei bambini da proteggere invece che come persone che si aprono alla vita e hanno bisogno di acquisire gradualmente una loro autonomia. A Natale abbiamo svolto la nostra riflessione sul «dare alla luce» di Maria. E dicevamo che, da subito, questo gesto si configura anche come un «dare la luce». Ebbene, educare è continuare a partorire, e l’adolescenza è proprio il momento in cui i figli hanno bisogno di essere nuovamente dati alla luce e soprattutto hanno bisogno di ricevere luce.

Nel nostro racconto si dice che Maria e Giuseppe, dopo aver ritrovato Gesù nel tempio seduto in mezzo ai dottori della legge, rimangono stupiti della sua sapienza, ma non sanno fare a meno di sgridarlo: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». La risposta di Gesù è legata a quella prima manifestazione della sua missione come Figlio di Dio di cui ho detto all’inizio: «Devo occuparmi delle cose del Padre mio». E Luca aggiunge: «Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro». Maria e Giuseppe non compresero le parole di Gesù, ma continuarono a comprendere Gesù, comprendere come un continuo cum prendere, un «prendere con sé», uno «stare comunque insieme». Perché? Perché l’incomprensione – che è un fatto quasi inevitabile quando la relazione tra persone è autentica e l’altro cresce come un mistero irripetibile che gradatamente si disvela – non è mai un ostacolo all’amore, soprattutto dentro la trama di una famiglia. La relazione tra marito e moglie e tra genitori e figli deve essere ispirata a grande fiducia, perché solo entro un clima di grande fiducia reciproca e in Dio si può continuare ad amare e sentirsi comunque amati. La famiglia – anche in quello snodo cruciale e spesso delicato che è l’adolescenza dei figli – è un ambito privilegiato per sperimentare il Natale, che è accoglienza del Dio fatto carne, e fatto carne in modo inaspettato, fatto carne in un bambino, piccolo e sempre bisognoso di cura.

Ecco perché la sesta stoffa la compriamo proprio nella casa di Gesù, Giuseppe e Maria. È la stoffa della fortezza, la virtù cardinale che ci predispone ad affrontare le prove della vita. È davvero forte colui che è disposto a mettere in conto la possibilità di riportare qualche ferita, pur di realizzare il bene nella sua vita. Il forte è uno che prova paura, ma è uno a cui la paura non può togliere la forza di fare il bene, con pazienza e passionalità. Si capisce che, mai come nel caso della fortezza, siamo di fronte ad una virtù da esercitare continuamente, in una sorta di vera e propria ginnastica dell’anima. Ecco alcuni esercizi: accettare il sacrificio come una componente fondamentale della vita, senza considerarlo un suo nemico; non farsi prendere dallo scoraggiamento, e non desistere mai dal fare propositi di bene per migliorare la vita propria e di quanti sono affidati alla nostra responsabilità; armarsi continuamente di pazienza, che è la capacità di aspettare o sopportare pur di raggiungere o non smarrire un bene che si predilige. La famiglia è un’ottima palestra per esercitare la virtù della fortezza.

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