Diede alla luce…

NATALE DEL SIGNORE

DSCN7922Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio». Natale è la notizia della nascita di un bambino povero, lontano dalla sua casa. Povero di tutto, ma non di un papà e di una mamma. Maria diede alla luce Gesù. Così si dice ancora oggi quando nasce un bambino: la sua mamma lo dà alla luce, dopo avergli dato la sua luce nei mesi della gravidanza. Ma è ovvio che dare alla luce significa anche dare la luce, mettere in condizione di vivere nella luce. I nostri bambini nascono in una stanza attrezzata dell’ospedale con persone preparate che subito se ne prendono cura. E anche la mamma è amorevolmente accudita insieme al neonato. La luce in cui un bambino nasce è anche questa sicurezza!

Quella notte a Betlemme non fu così. La stalla era buia. La mamma fu fatta sdraiare per terra. Nessuna culla accolse Gesù. Vi era solo una mangiatoia per animali. E due animali che soffiavano un po’ del loro calore. Eppure l’evangelista Luca si ostina a dirci, tutti gli anni, che Maria «diede alla luce» Gesù.

Basta spostarsi un poco più in là dalla stalla di Betlemme per scoprire dove invece di luce ce n’era tanta. «C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce». Nel buio di una stalla c’è il Figlio di Dio avvolto in fasce, nel buio della notte ci sono pastori avvolti dalla luce. Questo è Natale. Questo è il modo di agire di Dio. La sua gloria è riservata ai pastori, non a suo Figlio relegato nella povertà di una stalla. Si direbbe che è proprio Lui, quel Bambino dato alla luce… al buio, a costituire da subito la Luce che avvolge gli uomini. È la sua gloria, «la gloria del Signore» ad avvolgere di luce persone non certo di primo piano come alcuni pastori che facevano la guardia al loro gregge.

Nei giorni scorsi ho ascoltato e incontrato tante persone della nostra comunità. Soprattutto persone malate, persone anziane. Ebbene, ho avuto la sensazione ogni volta di trovarmi di fronte alla mangiatoia di Betlemme, al buio della stalla, a forme diverse di umanità avvolta in fasce, le fasce della fragilità che ci contraddistingue sin dal momento in cui nasciamo. Ho visto il volto spento di chi ha sperimentato la morte di una persona cara, il marito, la moglie… Leggi su quei volti il legame profondo che il matrimonio sa creare: la morte di uno dei due fa dell’altro uno che quasi vive provvisoriamente. Ho ascoltato domande sul senso del vivere che si generano quando la malattia sembra non dare più scampo. Ho raccolto tanti silenzi stampati dentro sguardi rassegnati. Ogni volta mi è tornata alla mente quella frase di Luca: «Mentre si trovavano in quel luogo… Maria diede alla luce il suo figlio». «In quel luogo»… sì, in quella casa, e in quell’altra, ecco tante piccole Betlemme con un Gesù fragile, con un Gesù bambino. Bambino anche se con il volto di un vecchio o di un malato.

Ma subito scoprivo la luce lì accanto. Forse c’era buio nel letto di ospedale o sul divano di casa o sulla carrozzina o su quel tavolo di cucina in cui una persona si teneva la testa tra le mani. Ma lì accanto c’era la luce. C’era qualcuno che si prendeva cura di quel Gesù fragile. C’era una Maria o un Giuseppe. C’era la luce che avvolse i pastori quella notte, stampata sul volto di un figlio o di una figlia, di una moglie o di un marito. Commuove sempre la dedizione dell’amore che sa alleviare il male, che sa generare speranza, che sa stare in silenzio accanto a chi sta in silenzio, piange con chi piange, risponde – magari balbettando – a chi domanda.

Carissimi, questo è Natale. Il Natale di Betlemme trasportato dentro le nostre case. Oh, se sapessimo imparare questa dolce legge della mangiatoia, e, invece di continuare ad additare il buio, accettare di essere luce che lo dirada. Essere luce con la forza fragile del nostro amore. Essere avvolti noi dalla luce di Dio, come i pastori a Betlemme, per poter illuminare con il nostro stupore le tante «stalle» in cui Gesù continua ad assumere la nostra carne per salvarla.

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