Nel deserto la consolazione…

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO – Anno B

Nubi sopra il Rasciesa...

Nubi sopra il Rasciesa…

Dopo il «vegliate» – ripetuto tre volte – della prima domenica di Avvento, ecco un altro imperativo adatto a vivere il tempo del cominciamento. Sono parole di Dio che ci vengono riferite dal profeta Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo!». Alzi la mano chi non ha bisogno di consolazione, chi ce la fa da solo a portare avanti la baracca, chi non avverte almeno qualche volta una fitta nel cuore che segnala il bisogno di qualcosa, il desiderio di qualcuno. Guardate che è umano provare questo anelito di consolazione. Per ricominciare, è necessario consolare ed essere consolati. Già, ma come si fa?

Intanto, bisogna prendere sul serio il verbo ascoltato domenica scorsa. Chi non vigila, chi non sta attento, chi non attende, difficilmente potrà consolare ed essere consolato. Se il nostro Avvento si è già arenato nelle paludi consumistiche delle feste, se la preghiera è svogliata e addormentata, allora diventa difficile coniugare il verbo di questa domenica. Ma poi è necessario comprendere che la consolazione non è una buona parola o una pacca sulla spalla, ma un vero cambiamento, una trasformazione attuata da Dio e messa sotto i nostri occhi. E se così siamo consolati, così dobbiamo a nostra volta consolare. È il modo più bello per prepararsi al Natale, che è esattamente questo fatto che Dio ci mette davanti agli occhi e con cui ci dona la più grande consolazione possibile, quella che addirittura non avremmo immaginata. Perdiamo tempo, allora, in questi giorni a consolare, a parlare al cuore delle persone che più amiamo e a quelle che incontriamo lungo il cammino della nostra vita. Si parla al cuore, gridando – così ci istruisce il profeta Isaia – gridando parole che vengono da Dio, parole non nostre: «Guarda che la tua tribolazione è compiuta, la tua colpa è scontata!». Purtroppo, abbiamo smesso di parlare al cuore e abbiamo smesso di gridare queste parole. Crediamo che le nostre siano più conformi all’evidenza dei fatti, più sagge, più sensate e anche più accomodanti. Invece occorre tornare alle parole meno convenevoli ma veramente consolatorie che Dio ci ordina di gridare. Isaia le mette in bocca ad una voce, che poi scopriamo essersi incarnata in una figura storica che torna ogni anno in questo tempo di Avvento, Giovanni Battista. Ma la voce del precursore deve tornare ad essere la nostra, chiamati a consolarci a vicenda con parole forti: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati, il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata». Tutto, intorno a noi, sembra indicare il contrario esatto del deserto. Luci e rumori si moltiplicano. I messaggi parlano sì di appianamenti, di innalzamenti e di terreni accidentati, ma si tratta di ben altri affari. Eppure il deserto è la realtà di tanti cuori, aridi e senz’acqua. Il deserto dice tutto il bisogno spirituale – spesso inconsapevole – che attraversa larghi strati dell’umanità, quella più agiata e meno segnata dalla miseria, di cui anche noi facciamo parte. Il deserto fotografa il cammino di tanti uomini e donne segnati da solitudini, angosce e paure. Il mondo della comunicazione tecnologica, purtroppo, ha aumentato le distanze tra le persone. Non ci parliamo più, fatichiamo ad andare alla profondità nei nostri discorsi, e, anche nelle nostre famiglie, spesso è la televisione a riempire i già rari momenti comunitari. Leggiamo con passione i rotocalchi frivoli che ci informano su cose che sarebbe meglio nemmeno sapere, e siamo distratti invece verso le cose che contano veramente e la cui ignoranza ci rende ancora più poveri. Nei confronti degli altri, siamo curiosi di ciò che non ci riguarda mentre voltiamo la testa di fronte a ciò che dovrebbe riguardarci. Abbiamo vergogna ad aprire la bocca per difendere i deboli, e così facendo aumentiamo la loro solitudine, ma non ci vergogniamo ad aprire la bocca per sproloquiare o spettegolare o trinciare giudizi, e così facendo aumentiamo la forza del male. Eccoli i nostri deserti, questi ed altri ancora. Qui occorre preparare la via al Signore che viene. Il tempo dell’Avvento continua: ogni giorno mettiamo il seme della preghiera, la fatica della conversione, e accogliamo la grazia che Dio vuole darci, vera consolazione che cambia.

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