Trentatreesima Domenica del Tempo Ordinario. L’azzardo per il regno di Dio…

La liturgia odierna affianca alla parabola evangelica dei talenti l’elogio della donna contenuto nel libro dei Proverbi. Perché questo accostamento biblico? È abbastanza semplice rispondere: la donna forte e operosa rappresenta un esempio concreto della fedeltà dimostrata dai due servi che, nella parabola di Gesù, fanno fruttificare i talenti ricevuti. Che cos’è il talento? Oggi, nel nostro linguaggio, questa parola sta ad indicare una particolare capacità che uno è in grado di dimostrare. Al tempo di Gesù, il talento invece era un’unità monetaria precisa corrispondente a circa 35 chilogrammi d’argento. Per comprendere quanto sia paradossale la parabola dei talenti, basta pensare che un solo talento equivaleva a 6.000 giornate di lavoro, vent’anni di sudati stipendi… L’ascoltatore che udiva l’inizio del racconto di Gesù, pertanto, rimaneva allibito: affidare cinque talenti ad un servo corrispondeva a dargli quanto egli avrebbe potuto sperare di guadagnare solo con cent’anni di lavoro! Come accade anche in altre parabole, dunque, Gesù presenta storie di personaggi equivoci e disonesti, come è certamente quest’uomo che, ad un certo punto, va all’estero e lascia nelle mani di tre suoi servi un patrimonio ingente che aveva evidentemente costruito in modo fraudolento, dato che era uno che pretendeva di mietere dove non aveva seminato e di raccogliere anche dove non aveva sparso, e si aspetta che i servi lo facciano fruttificare in modo altrettanto azzardato. Insomma, l’aspetto monetario e finanziario della parabola è solo un espediente per lasciare di stucco gli ascoltatori e convincerli a prestare orecchio, così che potessero cogliere il vero messaggio. Mi dispiace per banchieri, finanzieri e speculatori, ma Gesù non vuole affatto fare il loro mestiere e suggerire come si debbano investire i soldi. I soldi non c’entrano proprio. La parabola dei talenti s’inserisce in quella parte del vangelo di Matteo in cui Gesù è preoccupato dell’esito della storia umana e parla del ritorno di Cristo: quell’uomo che parte per un viaggio è lo stesso Gesù risorto che ascende al cielo, lasciando ai suoi discepoli il compito della missione, in attesa del suo ritorno e del giudizio universale. La diversità numerica dei talenti – cinque, due, uno – non indica tanto le diverse capacità (perché il padrone non distribuisce le capacità, ma «secondo le capacità di ciascuno») quanto la differenza delle responsabilità nell’unica missione della Chiesa. Abbiamo tutti ricevuto l’identico compito di far risuonare con le nostre parole e con le nostre opere il Vangelo di Gesù, così che esso porti frutto nella storia e nel cuore degli uomini e delle donne di ogni luogo e di ogni tempo. Gesù, come in tante parabole, vuole farci capire che cos’è il regno di Dio e qual è la sua logica. Ebbene, il regno di Dio, la casa di Dio, è un modo nuovo di vivere, è una società nuova che deve essere seminata già dentro questa storia che diviene ogni giorno più vecchia. Un tale progetto per essere realizzato ha bisogno non certo di uomini vigliacchi e immobili, che preferiscono aspettare anziché agire, che amano muoversi su terreni sicuri. Il regno di Dio è un progetto che può imporsi nella storia solo con persone disponibili all’azione, capaci di iniziativa, persone che sono pronte a rischiare, che sanno mettere in atto quell’azione fulminea che, nella parabola, è bene rappresentato dai due servi che, per raggiungere alti rendimenti, mettono in campo una intraprendenza e una scaltrezza non comuni. Il discepolo di Gesù deve essere come loro nel perseguire, però, ben altra meta: deve rischiare tutto su quel talento incommensurabile che è Gesù stesso, mettersi in gioco per lui, solo per lui, con una decisione radicale. Sotterrare il talento – era questa la cassetta di sicurezza abituale nell’antichità! – equivale ad aver ricevuto con il battesimo la missione della Chiesa, e non aver voluto trasformarla in responsabilità di vita, non averla messa dentro lo specifico della propria condizione – consacrato o sposato, giovane o anziano, dirigente o operaio, ricco o povero – per rischiare tutto con l’unico scopo di tentare di tessere la storia con il filo del Vangelo di Gesù. Ecco perché l’elogio della donna perfetta che lavora volentieri con le mani (fatta dal libro dei Proverbi), bene si presta a commentare la parabola dei talenti.

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