Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario. Il popolo della vigna.

Siamo ancora nella vigna! È la terza domenica consecutiva che il Vangelo ha come scena una vigna: stavolta, accuratamente piantata e recintata, è affidata dal padrone a vignaioli che si dimostrano non solo incapaci di produrre frutti ma anche omicidi nei confronti dei servi inviati dal padrone e poi del suo stesso figlio. Facile cogliere il significato della parabola: Gesù è quel Figlio mandato dal Padre sulla terra, dopo che il suo popolo ha rifiutato il messaggio dei profeti, anch’egli rifiutato e ucciso dal popolo eletto che avrebbe dovuto accoglierlo. La minaccia finale è già divenuta realtà: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»: c’è un popolo nuovo a cui è stata affidata la vigna del Signore, ed è la Chiesa, veramente cattolica, cioè diffusa su tutta la terra e aperta a tutti gli uomini. Siamo tentati di chiudere il Vangelo, soddisfatti: la vigna è nostra! Invece, proprio a questo punto la parabola va riletta e applicata a noi, e quella minaccia finale purtroppo resta aperta su di noi… Dio ha affidato a noi la vigna, e anche da noi s’aspetta i frutti, e se i frutti non vengono, e se anche noi trattiamo male coloro che Dio manda e se anche noi uccidiamo il Figlio di Dio, ebbene quella minaccia è anche per noi! Le parabole ascoltate nelle due domeniche precedenti ci aiutano a capire che ci sono dei modi sbagliati di essere nella vigna.

C’è il modo di lavorare degli operai della prima ora, che possiamo identificare con i cristiani battezzati dalla nascita. Costoro arrivano a sera, lavorando solo in vista del salario: tante ore, tanti soldi. Nel Regno di Dio, invece, il salario è una sorpresa d’amore. Il primo modo sbagliato di essere nella vigna è vivere la fede cristiana come un peso da portare, di cui ci si vorrebbe anche liberare, ma si ha paura a farlo… perché magari poi si perde il premio promesso! C’è, poi, il figlio che, non appena il padre lo invita ad andare nella vigna, dice «Sì, signore», ma poi non ci va. Costui è il rappresentante di quei cristiani che si sono fatti l’idea di un Dio-padrone, al quale bisogna almeno formalmente obbedire. Poi, che cosa realmente faccio io, sono affari miei… Il secondo modo sbagliato di essere nella vigna è vivere la fede cristiana come un’adesione che si limita al minimo indispensabile, ad una esteriorità da mostrare, ad una obbedienza formale. C’è poi il figlio che aveva risposto male al padre – «Non ne ho voglia» – ma poi era andato nella vigna. Nella parabola aveva assunto un significato positivo grazie al coraggio del suo pentimento, ma è chiaro che nemmeno questo è il modo giusto di essere cristiani. Egli rappresenta un certo cristianesimo affannato nelle cose da fare che si dimentica di verificare e motivare cristianamente le proprie scelte. Il terzo modo sbagliato di essere nella vigna è vivere la fede cristiana come una somma di cose da fare, come un fare sganciato dall’essere e dal credere.

La parabola che abbiamo ascoltato oggi non fa che confermare queste vie imperfette di essere cristiani. Anzi, la Parola di Dio aggiunge oggi quel magnifico testo di Isaia, che ci aiuta a cogliere il modo giusto di essere nella vigna. È una questione di amore essere nella vigna. È un dono del Padre, è una sua decisione. Essere cristiani è grazia di Dio: non è un nostro merito, ma un suo dono! Così come è desiderio di Dio che la sua vigna produca uva e non uva selvatica. Non basta fare qualcosa, non serve nemmeno fare tante cose se poi queste cose non sono ciò che il «diletto» si aspetta dalla sua vigna… Bisogna fare bene, fare secondo quello che Dio si aspetta da me. Perché l’amore non è racchiuso in qualunque risposta, ma nella risposta giusta, in armonia con il desiderio di Dio. Che non ci capiti, per caso, di correre, correre per scoprire poi che abbiamo prodotto… uva selvatica! Entra in gioco la nostra responsabilità: il Signore pianta la vigna, la rende bella, sicura, abitabile, attrezzata per produrre, ma poi la affida a noi. Che ciascuno senta di far parte di questo «noi» e non punti sempre il dito su un altro quando avverte che in questa vigna c’è da lavorare. Sentiamoci, insieme, il popolo che la farà fruttificare…

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One thought on “Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario. Il popolo della vigna.

  1. Se essere cristiani è una grazia di Dio, speriamo che Dio ci liberi dall’egoismo e ci renda collaboratori per la diffusione del Regno di Dio nel mondo e così possiamo portare ovunque frutti di pace, di amore e di carità.

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