Seconda Domenica di Pasqua. Quel fianco è sempre aperto…

Siamo nel numero di quei «beati» che «non hanno visto e hanno creduto». Eppure la nostra fede è solidamente fondata sul vedere e sul credere degli apostoli e di Tommaso, in modo tutto particolare. Il suo dubbio, la sua richiesta di voler non solo vedere ma anche toccare, sono per noi importanti. Certo, dobbiamo fidarci dei suoi occhi, perché i nostri occhi non possono più vedere ciò che egli vide. La nostra beatitudine di credenti nel Risorto sta tutta nel fidarci degli apostoli, i quali attestano che vivente in mezzo a loro sta proprio quel Gesù che è morto crocifisso; è proprio lui, perché porta nel suo corpo i segni inconfondibili della crocifissione, non solo i segni dei chiodi ma la ferita del fianco inferta solo a lui sul Golgota. Tommaso vuole proprio sapere con certezza che il Risorto è il Crocifisso. Non gli basta fidarsi degli altri apostoli che hanno visto. Vuole vedere anche lui. Vuole toccare con mano.

Vorrei fare due brevi riflessioni a partire da questo testo che la Chiesa sempre ci propone nell’Ottava della Pasqua. Una prima riflessione riprende il percorso che abbiamo compiuto insieme nei giorni del Triduo pasquale. Gesù mostra ai discepoli le mani e il fianco. Tommaso vuole mettere il dito nel segno dei chiodi e la mano nel fianco. Nel vangelo secondo Giovanni questi gesti vanno oltre il significato di verifica della risurrezione di Gesù nel suo vero corpo. Sono gesti simbolici, nel senso che manifestano un simbolo importante della vita stessa di Gesù e della comunità di coloro che credono in lui. Le mani sono le mani che hanno lavato i piedi prima della passione e della morte. Sono le mani in cui Dio aveva messo ogni potere e che finiscono in un catino a lavare piedi. Sono le mani dell’Eucaristia, del dono pieno di sé. Quelle sono le mani che Gesù mostra come segno identificativo. Quelle mani sono state ferite dai chiodi della crocifissione, ma sono vive. L’amore sino alla fine che le ha animate nel gesto della lavanda dei piedi è stato ferito a morte sulla croce, ma è vivo, e proprio sulla croce ha trovato il suo compimento. Il fianco mostrato da Gesù la sera di Pasqua e in cui, otto giorni dopo, Tommaso vorrebbe mettere la sua mano, è il fianco aperto dalla lancia sulla croce. Quel fianco da cui scaturì sangue ed acqua, che sono stati letti come simbolo dei sacramenti che costituiscono la Chiesa, l’acqua come simbolo del Battesimo, il sangue come simbolo dell’Eucaristia. Tommaso, quindi, non vuole banalmente verificare che il corpo del Risorto è il corpo del Crocifisso: egli vuole toccare con mano il fianco di Gesù crocifisso e risorto, ovvero vuole entrare nel luogo in cui è nata la Chiesa, vuole attingere al fonte battesimale, vuole sedersi alla mensa eucaristica. Capite, allora, che quel desiderio di mettere il dito nel segno dei chiodi e mettere la mano nel fianco di Gesù, nella prospettiva del vangelo di Giovanni, ci riporta ancora una volta al compimento della Croce. Tommaso vuole toccare con mano che la gloria di Cristo è nella Croce, nell’evento con cui davvero tutto «è compiuto», in cui davvero l’amore ha raggiunto il suo fine. Attenzione a comprendere bene questo «fine», questo τέλος [telos]. Non significa che tutto è finito, ma che tutto inizia, che tutto trova finalmente il suo fondamento: l’amore ha raggiunto il suo perenne inizio, l’amore può continuamente scaturire da lì, da quel fianco aperto da cui fuoriesce l’acqua del Battesimo ed il sangue dell’Eucaristia.

E qui s’innesta la seconda riflessione. Che cosa possiamo mostrare all’uomo che ci chiede, come Tommaso, di poter mettere il dito nel segno dei chiodi e mettere la mano nel fianco aperto di Gesù? Certo, possiamo rispondere che sono «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». Ma c’è qualcosa che possiamo e dobbiamo mostrare: è la Chiesa, nata dal sacrificio di Cristo, da cui continua a uscire il fiume di salvezza dei sacramenti. Dobbiamo esserci qui noi a celebrare l’Eucaristia, sempre «otto giorni dopo», nella serie infinita delle domeniche della storia. Dobbiamo esserci qui noi a incarnare l’Eucaristia nei giorni della settimana, nella pratica quotidiana del servizio e dell’amore. L’Eucaristia è il gesto liturgico e storico che noi continuiamo a fare in memoria di Lui, è il luogo in cui lo riconosciamo presente in mezzo a noi come il Vivente.

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