Presentazione del Signore. Un Dio da accogliere tra le braccia…

Questa festa è legata strettamente al ciclo del Natale, da cui dista quaranta giorni. Eppure il suo contenuto si direbbe di già pasquale! Il vecchio Simeone prende tra le braccia un bambino che ha poco più di un mese di vita, eppure ci parla del destino di un uomo. Pronuncia una benedizione – che è diventata la preghiera di compieta della Chiesa, ovvero quella che chiude ogni giornata – e dice parole che lasciano stupiti Maria e Giuseppe, ma offre anche una definizione forte di quel bambino che tiene tra le braccia: «Egli è qui – dice – come segno di contraddizione»; e, rivolto a Maria, le annuncia una sofferenza: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima». Simeone è il primo annunciatore del destino di morte e risurrezione che segnerà la vita di Gesù, un destino che riguarderà molti e che segnerà la storia di tutta l’umanità. Quindi, nell’apparente quotidianità di un giorno al tempio di Gerusalemme, attraverso il compimento delle attese di due anziani, l’incarnazione di Dio viene indirizzata decisamente verso la Pasqua.

Questa festa, quindi, vuole produrre un identico itinerario anche nella nostra vita di discepoli del Signore Gesù. Vuole rendere più autentica la nostra fede, più quotidiana. Ci vuole ricordare che l’essere cristiani non è un dolcificante per correggere l’asprezza della vita, ma è un segno di contraddizione anche per noi e per il mondo da proporre coraggiosamente come luce che illumina le genti. Se pensiamo di essere cristiani attuando uno stile accomodante, in realtà non lo siamo e restiamo fuori dal Vangelo di Gesù. Non siamo cristiani finché non compiamo quel gesto, tenero e forte insieme, di Simeone, che accoglie tra le sue braccia il bambino Gesù e vive finalmente l’incontro con Dio. Maria e Giuseppe sono lì a «riconsegnare» Gesù a Dio, ed egli è già tra le braccia di uno sconosciuto. Si direbbe che questo è il suo modo di essere Dio, e questo è il nostro unico modo di incontrare Dio.

Ce lo dimentichiamo, e inventiamo modi freddi, distaccati, cerebrali, devozionalistici per vivere la nostra esperienza religiosa come una parentesi che viene a interrompere una vita che per il resto del tempo corre su altri binari. No. Usiamo le mani, apriamo gli occhi e riconosciamolo vicino questo Dio, vediamolo bambino, vediamolo anziano, malato, povero, bisognoso di affetto. Siamo distratti, e non ci accorgiamo che Dio ci passa vicino ogni giorno, abita nelle nostre case dentro le persone a cui ci siamo purtroppo abituati.

È bello questo Dio bambino finito tra le braccia di due estranei, lì nel tempio. È bello, perché ci ricorda la concretezza dell’esperienza cristiana che è vera solo se accetta di essere un tutt’uno con la nostra stessa vita. Dobbiamo domandarci se le nostre decisioni, le nostre scelte – quelle che di fatto intessono i giorni – vanno nella direzione del Vangelo, oppure se le parole del Vangelo sono isolate in qualche sporadico momento di cristianesimo astratto e devozionale che però non influisce affatto sulla vita vera, quella di tutti i giorni. Accogliere tra le braccia Gesù è un gesto di commistione totale con la vita e non ha nulla a che fare con una sverniciata superficiale, episodica e distratta. Guardate che anche il venire a Messa la domenica può coincidere con questo cristianesimo relegato in un momento di pietà settimanale che non ha alcun legame con le scelte di tutti i giorni. Ed un simile cristianesimo non serve a me e non serve al mondo, perché non cambia proprio nulla, ed è innocuo e inefficace.

Le parole più belle che il vecchio Simeone pronuncia – tenendo il Signore Gesù tra le braccia e non in un angolino del cervello – sono quelle che esprimono la consapevolezza che Dio passa ogni giorno nella trama della mia vita, per cui ogni sera io devo poter pregare riconoscendo che «i miei occhi hanno visto la tua salvezza». La salvezza non è un’idea astratta nascosta nel libro dei buoni propositi, ma è l’impronta di Dio nella realtà della vita quotidiana, è il suo passaggio che noi dobbiamo saper riconoscere. Se le parole di Simeone noi non sappiamo dirle, è perché abbiamo vissuto distrattamente, stritolati dalle vicende. C’è bisogno della verità di queste parole e c’è bisogno di stamparle sulla nostra bocca, ogni sera.

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