Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario. La gioia della misericordia…

Le tre parabole che ci sono state proposte oggi sono conosciute come «parabole della misericordia». Gesù le racconta una dopo l’altra per rispondere alle mormorazioni di farisei e scribi, i quali mal sopportavano che egli accogliesse e addirittura mangiasse insieme ai peccatori. Tutte e tre le parabole mostrano un comportamento – del pastore, della donna e del padre – che non ci aspetteremmo: il pastore lascia nel deserto novantanove pecore sicure per andare in cerca di una sola pecora smarrita, la donna spazza la casa per cercare una moneta perduta (che, forse, senza cercarla, avrebbe prima o poi trovata), il padre accoglie amorevolmente il figlio che se ne era andato in malo modo e che aveva sperperato il suo patrimonio. La misericordia è un modo di comportarsi che non ci aspetteremmo, eppure Gesù, con quel modo di interrogare i suoi uditori sembra presentarlo come un atteggiamento normale: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?». Gesù domanda: chi di voi non si comporta così? Ma a noi viene da pensare che solo quel pastore si comporta così, perché l’atteggiamento normale sarebbe un altro: noi ci preoccuperemmo di mettere al sicuro le novantanove pecore – altro che abbandonarle nel deserto, con il rischio di perderle – e lasceremmo che l’unica smarrita se la cavi da sola (in fondo, se l’è cercata!). Perché mai Gesù lascia intendere che la misericordia è il modo di comportarsi normale? Intanto, perché vuole farci riflettere, ci dà un pugno nello stomaco e ci costringe a ripensare la logica dei nostri comportamenti. Ai bambini direbbe: «Chi di voi, se il compagno di banco è venuto a scuola senza la merenda, non fa a metà con la sua e gliela offre? Chi di voi, se il tuo fratello ti ha preso un giocattolo per giocare, un giocattolo che è tuo, non va a pretenderlo indietro subito ma glielo lascia?». Ai grandi farebbe la stessa domanda: «Chi di voi, se ha ricevuto un torto sul lavoro o in famiglia, non è disposto a perdonare? Chi di voi, se ha una responsabilità educativa verso qualcuno, non è disposto a fare ogni sacrificio per recuperarlo se ha sbagliato e, anzi, non lo accoglie ogni volta confidando nella sua conversione e nella sua buona volontà?». Sarebbero domande che ci provocherebbero un po’ di imbarazzo. Perché noi, d’istinto – e l’istinto segnala il modo di reagire della maggioranza della gente – non usiamo la misericordia. Magari la pretendiamo per noi, ma non la usiamo con gli altri… Gesù vuole farci riflettere e, inoltre, ci assicura che la misericordia è normale perché è il modo di comportarsi di Dio. La sua domanda è sicura perché parte dalla certezza che Dio è così: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Chi di voi non fa così visto che così avviene nel cielo, visto che Dio si comporta così, visto che Dio è proprio così?». Questa dovrebbe essere la vera forza di convincimento per noi della proposta che ci viene da Gesù: egli darebbe sicuramente metà della sua merenda, lascerebbe il suo gioco al proprio fratello, sarebbe disposto a perdonare, farebbe qualunque cosa per recuperare chi ha sbagliato. Dio è così come Gesù ce lo mostra, eppure noi rischiamo di assomigliare al fratello maggiore della parabola del padre buono. Talvolta, di fronte alla prospettiva che Dio sia buono con qualcuno che ha sbagliato, ci impuntiamo, ci indigniamo: la misericordia usata come metro per misurare gli altri non ci sta bene. Vorremmo che il pastore si occupasse di noi che non ci siamo persi invece di inseguire sempre gli smarriti. Vorremmo che il padre avesse uno sguardo di predilezione per noi, che siamo rimasti in casa e lo abbiamo servito per tanti anni, non avendone ricavato grosse soddisfazioni o ricompense gratificanti. Insomma, assomigliamo un poco anche a quei farisei, i quali vorrebbero che Gesù accogliesse solo loro e mangiasse solo con loro. Le parabole che Gesù ci racconta non sono un atto di accusa contro di noi, sia chiaro, sono un invito a ripensare la nostra posizione. Forse anche noi abbiamo bisogno di essere caricati sulle spalle per sentire la gioia di chi, colmo di misericordia, ci ha cercati e ritrovati…

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