Battesimo del Signore. Un popolo in attesa?

Chiudendo il tempo del Natale siamo come ricondotti al suo germe fecondo, l’attesa. Ben strana è questa nostra fede che, dopo averci fatto gustare la pienezza di Dio nella carne umana, dopo averci condotto insieme ai Magi ad adorare il Bambino di Betlemme, ora ci riporta all’immagine sublime di un popolo in attesa. Attendiamo colui che già abbiamo trovato? Forse qualcuno tra noi, nonostante sia qui a celebrare la Messa e lo faccia da tanti anni, ancora quell’incontro vero lo deve fare nella sua vita. Ma anche quanti già possono dire di aver incontrato Gesù, restano comunque sempre in attesa, perché la nostra vita terrena è una lunga attesa dell’incontro vero con Cristo. La nostra esistenza è tensione verso un punto finale che superi le ambiguità delle nostre ricerche e la perenne insoddisfazione dei nostri ritrovamenti. Scriveva sant’Agostino al principio delle sue Confessioni: «Ci hai fatti per te, Signore, ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Ora, questa inquietudine del cuore attraversa tutta la vita, e, finché non la riconosciamo e ci ostiniamo invece a inseguire quaggiù una definitività che non esiste, ci escludiamo da quell’attesa benedetta che dispone la vita verso il suo esito. Quando il cuore riposa in Dio? Forse quando lo trova? Ci sarebbe da chiederlo ai Magi: «Il vostro cuore non è stato più inquieto dopo che avete trovato il Bambino?». Ci risponderebbero: «No, è ancora inquieto e perciò la nostra strada è cambiata e siamo ritornati alle nostre cose e alle nostre case, portandoci dentro una santa inquietudine, che ci accompagna sempre, a maggior ragione dopo che abbiamo intravisto in una debole carne umana Colui verso cui la nostra vita tende!». Quando il cuore riposa in Dio, allora? Quaggiù ci è dato di trovarlo solo nel mistero della sua Parola e dell’Eucaristia, oppure nel segno visibile del fratello e della sorella che accostiamo, a maggior ragione se povero o sofferente. L’inquietudine, però, resta, e non dobbiamo affatto scacciarla. Il suo nome più vero è proprio «attesa».

Ecco perché in questa festa del Battesimo del Signore torniamo alla scena con cui inizia l’Avvento e l’evangelista Luca ci mette di fronte a Giovanni nel deserto con questa cornice: «poiché il popolo era in attesa». Giovanni rischia di essere nell’immaginario collettivo di quella folla la risposta sbagliata ad una giusta attesa. E lui, il Battista, mette in guardia: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me… Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Questo battesimo a cui si riferisce Giovanni è il battesimo che abbiamo ricevuto e che ci ha innestati come tralci nella vite di Cristo. Lo abbiamo ricevuto, ma siamo battezzati, perché il battesimo non è un rituale da ricordare – e la maggior parte di noi non può nemmeno ricordarlo, il suo battesimo! – ma un sacramento da vivere. Battezzati lo siamo adesso e non nel giorno in cui ci è stata versata un po’ di acqua sulla testa. Il battesimo ci ha come inseriti dentro questa attesa di un popolo immenso che attraversa i secoli. Sì, proprio così: il battesimo è l’evento generatore della nostra inquietudine cristiana, è l’incontro che ha generato una strada, su cui siamo chiamati ad essere testimoni umili e coraggiosi. Ci sarebbe davvero da domandarci, oggi, per che cosa noi cristiani ci inquietiamo e che cosa attendiamo. Certo, ci inquietiamo per le tante cose che non vanno e magari per le ingiustizie che patiamo e aspettiamo sempre che arrivi qualcuno davvero saggio ed onesto che sappia risollevare le sorti della nostra società. Ma dovremmo sapere fin troppo bene che dalle urne non esce alcun messia… Semmai, il vero problema è che non ci inquietiamo più per quelle cose di cui invece vale la pena inquietarsi: le abbiamo chiuse a chiave nel segreto di quella che chiamiamo «coscienza», ma che in realtà è solo il cassetto della nostra codardia. Se dovessimo usare oggi la definizione di Luca per la nostra Chiesa, potremmo ancora definirla «popolo in attesa»? Credo proprio di no. L’attesa che i cristiani sanno vivere si riduce alle medesime aspettative di ordine sociale ed economico che fanno litigare le masse. Invece, ci sarebbe un altro seme di inquietudine e di vera attesa che i cristiani dovrebbero mettere nel terreno della storia. C’è da tirare fuori dall’armadio la veste bianca del battesimo…

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