Solennità di Tutti i Santi. La veste candida e il sangue dell’Agnello…

Quando noi pensiamo ai Santi, ce li immaginiamo come un gruppetto di ardimentosi che con una vita di sacrifici e rinunce hanno raggiunto un traguardo che è necessariamente per pochi. Sono quelli che io chiamo i santi da piedistallo o da nicchia, e spesso hanno nomi famosi e biografie leggendarie. La descrizione che dei Santi ci viene fatta nel libro dell’Apocalisse è diversa: «Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». La santità, dunque, come un cammino per tutti, proposto anche a noi. Evidentemente qualcosa non funziona nel meccanismo che ci ha portato a giudicare la santità come una via riservata a pochi, cancellando la visione della moltitudine immensa. Se dovessimo affrontare la questione a partire dalla pagina evangelica, quella delle Beatitudini, il risultato non cambierebbe: ascoltando le parole di Gesù, siamo normalmente convinti che possano riguardare ben poche persone, o sfortunate perché povere e perseguitate, oppure ai margini della società perché la giustizia, la pace e la purezza non sono certo le qualità umane più considerate dal mondo. Noi ci ostiniamo, dunque, a pensare i Santi come un’élite di persone, mentre la festa odierna vuole inculcarci l’immagine della moltitudine.

In effetti, la solennità che stiamo celebrando giunge per allargare la schiera dei Santi del calendario – quelli che, grande o piccola che sia, conosciuta universalmente o in un piccolo luogo della Terra, una nicchia ce l’hanno! – a quella di “tutti i Santi”, che sono assai più di quelli che la Chiesa ha beatificato o canonizzato nel corso della storia, e che sono anche diversi dal canovaccio più comune, che annovera in stragrande maggioranza uomini e donne che hanno vissuto nella verginità consacrata, vescovi, preti, suore. La Chiesa – che pure procede a dichiarare ufficialmente la santità di alcuni suoi membri con indagini e processi che spesso durano decenni se non secoli – vuole che passiamo dalla nostra immagine di “pochi eletti” a quella della “moltitudine immensa che nessuno poteva contare”. La domanda che viene rivolta a Giovanni nella sua visione è, dunque, anche la nostra: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». C’è una sorta di meraviglia nel vedere una folla così immensa da non poter essere contata: come sono arrivati lì davanti al trono dell’Agnello? Com’è che hanno le vesti candide e tengono in mano rami di palma? Come hanno fatto a diventare santi? La risposta – nel linguaggio della visione dell’Apocalisse – è fin troppo chiara: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». Potrebbe darsi che l’autore dell’Apocalisse abbia in mente qualche avvenimento storico preciso, forse la grande persecuzione anticristiana ordita dall’imperatore Diocleziano. In realtà, queste parole valgono per ogni tempo, segnato dalle sue tribolazioni, anche quando non cruente.

La veste bianca è quella del Battesimo di ciascuno di noi ed essa deve necessariamente venire a contatto con la vita. Si sporcherà questa veste bianca? In un certo senso sì, eppure il suo destino di santità è quello di diventare, da bianca, addirittura candida. E candida perché lavata con il sangue di Gesù Cristo. È un paradosso, questo: com’è possibile che una veste diventi candida a contatto con il sangue? Vuol dire che la vita ha bisogno di entrare a contatto con il mistero di Cristo, di accettarne la legge – che poi sono esattamente le Beatitudini – e di acquistare grazie a tale contatto una purezza che è superiore ad ogni bianco. Esattamente come apparve candida ai tre apostoli sul monte della trasfigurazione la veste di Gesù, di un bianco che nessun lavandaio sulla terra potrebbe ottenere. Un candore, dunque, che è frutto certo della grazia di Dio – il dono di quella veste – ma che si raggiunge solo con il coraggio di farla passare attraverso la tribolazione, cioè con la tenacia e la decisione di fare del Vangelo la propria carta di vita. In fondo, questa, pur nella diversità delle razze, delle nazioni, dei luoghi, dei tempi e delle condizioni di vita lungo la storia, questa è l’unica ricetta di santità: il coraggio di credere, di essere fedeli e di testimoniare nel proprio quotidiano il vangelo di Gesù.

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