Corsivo. L’ultima intervista al cardinal Carlo Maria Martini

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio». Parole del cardinal Carlo Maria Martini nell’ultima intervista pubblicata sabato scorso sul Corriere della Sera. Non si può non condividere quelle domande, uscite dalla bocca di un vecchio uomo di Dio, malato e impotente, che di lì a pochi giorni avrebbe reso lo spirito al suo Signore. Sono parole diverse da quelle udite – purtroppo in profluvio di fastidiosa abbondanza retorica – in questi quattro giorni di celebrazione post mortem secondo la tipica messinscena mediatica. Dette di un uomo che – qualunque idea si potesse avere di lui – sapeva dare il primato all’unica Parola che conta davvero, suonano come strumento stonato e assomigliano a pane congelato tolto dal freezer e scaldato al microonde… La chiacchiera e la retorica rischiano di farci perdere di vista i pochi discorsi sensati, che evitano le incensazioni e i soliti corto-circuiti delle parole d’ordine (una su tutte: dialogo) per illuminare non l’aureola ma il volto.

Di Martini, uomo di Dio, grande conoscitore della Parola, cristiano passato attraverso il crogiuolo della vita e della sofferenza e ora  giunto al cospetto del Padre, giudica solo Lui. Di Martini teologo e pastore si può invece disquisire, ovvio. Ricordo di aver sempre trovato stimolanti le sue lettere pastorali, in particolare quelle sull’educazione e sulla realtà della comunicazione. Non capivo le critiche che ho ascoltato spesso da preti della diocesi di Milano: «Scrive per il mondo e non per la nostra diocesi… Sono discorsi che stanno sulle nuvole, mentre noi abbiamo bisogno di indicazioni più concrete…». A me pare, invece, che piuttosto che le brodaglie che hanno la pretesa di organizzare il territorio con schematismi cervellotici è meglio avere tra le mani un pensiero forte che vola alto e regala un respiro alla pastorale, lasciando poi a chi opera sul campo la concreta libertà di sminuzzare il pane a seconda delle bocche che deve sfamare. Altre critiche lo dipingevano come un cardinale ieratico, nella sua imponenza anche fisica, capace di scrivere bene e di parlare bene ma più impacciato sul terreno della vita pastorale di una comunità diocesana. Del resto, il famoso biblista era stato catapultato dagli studi universitari ad essere il pastore della più grande diocesi del mondo senza aver mai passato una notte in canonica a vegliare… le pecore. Condizione purtroppo comune alla quasi totalità dei vescovi italiani (e chissà se non sia anche per questo che la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni). Ma mi accorgo che anche queste rischiano di essere solo delle chiacchiere…

Ebbene, quell’ultima intervista a me è piaciuta molto. A parlare è un uomo e vi è una grande umanità nelle sue parole e nelle sue domande. Forse questa è la via per togliere via la cenere che copre la brace e non la fa ardere: recuperare il contatto dell’umanità. A patto di non intenderlo come una pacca sulla spalla e nemmeno come un bel volto pacioso. Queste rischiano di essere ancora maschere. Quelle domande sono del tutto pertinenti e sono poste a partire da una vicinanza reale all’uomo di oggi. Certo, c’è da tener conto che vi è un duplice movimento in questo nostro tempo tormentato: la Chiesa si è allontanata dall’uomo, ma l’uomo si è allontanato da Dio. La Chiesa c’è proprio per riavvicinarlo sempre, per essere il luogo perenne dell’Incarnazione. La via di questa reciproca conversione è la fede, non la paura. Su questo siamo d’accordo. «La fede, la fiducia, il coraggio». Tra la fede e il coraggio, però, metterei un’altra parola che la Chiesa non può dimenticare: fedeltà. E le risposte a quelle giuste domande sono storicamente difficili perché devono mettere in equilibrio umano, dentro la fede, il coraggio e la fedeltà. La fedeltà a quella Parola di Dio che Martini ha tanto amato e così ben comunicato, e la fedeltà a quell’uomo che talvolta fugge via da quella Parola proprio per cercare la felicità. Che invece si trova lì.

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