Ventunesima Domenica del tempo ordinario. Il capolavoro dell’Eucaristia…

Ha fatto un gran bel discorso Gesù dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, e, se lo abbiamo seguito domenica dopo domenica in questo caldo agosto, abbiamo sicuramente capito a che cosa si riferisce. Certo, noi lo abbiamo ascoltato conoscendo già l’esito della vita di Gesù, mentre era comprensibile che i discepoli dicessero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù aveva compiuto un gesto potente e chiaro, di grande effetto mediatico diremmo noi oggi, ma poi si è messo a parlare e l’immediatezza di quel gesto si è come disciolta in un discorso duro, in cui Gesù ha presentato se stesso come pane disceso dal cielo e come carne da mangiare. La folla non ha capito. I sapienti lo hanno contestato. I discepoli cominciano ad abbandonarlo. Significativo quanto racconta l’evangelista: «Molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui». Sembra di vedere un gruppo che si assottiglia lungo la salita, con la maggior parte che rinuncia e torna sui propri passi. Volevano farlo re – ricordate – e ora non andavano più con lui… e tutto per colpa di quella parola così dura, difficile da comprendere e da seguire.

Già, ma che cosa aveva in mente Gesù con quelle parole che anche noi abbiamo ascoltato nelle domeniche di questo mese? Ho detto che noi dovremmo averlo capito. Gesù aveva in mente l’Eucaristia, la stava preparando da lontano, la stava progettando. L’Eucaristia è il gesto che rende vere quelle parole pronunciate dopo la moltiplicazione dei pani, un gesto che poteva prestarsi ad una interpretazione errata. L’Eucaristia illumina il miracolo della moltiplicazione dei pani, lo indirizza verso la giusta interpretazione. Gesù pensa all’Eucaristia proprio nel momento in cui quel miracolo gli ha messo tra le mani cinquemila persone che lo seguono con entusiasmo. Vuole nutrirle con la sua parola, con un pane di vita eterna, ma esse pensano solo al pane che riempie lo stomaco, meglio se gratis. Intuiscono forse che Gesù vuole condurli dalla strada del bisogno sulla via del dono. Dice che il pane vero è il dono che egli fa della sua carne, della sua stessa vita sino al sangue. Questa è la logica dell’Eucaristia, una «parola dura» di fronte alla quale  «molti non andavano più con lui». Gesù avverte che lungo questo percorso in salita il gruppo si è assottigliato: dei cinquemila sono rimasti solo i Dodici! Oggi qualche solone della comunicazione avrebbe sentenziato che Gesù aveva gestito male l’audience, che non aveva saputo monetizzare il successo, che non aveva detto le parole giuste per quelle orecchie. Niente affatto. Gesù stava preparando il capolavoro del suo amore, l’Eucaristia, ed essa nasce sul terreno della solitudine, dell’abbandono da parte dei discepoli. Di cinquemila sfamati gliene sono rimasti dodici, e anche quelli forse non hanno capito, anche quelli forse meditano un abbandono. Ma anche la  parola rivolta ai Dodici è tagliente come una lama: «Volete andarvene anche voi?». Che voglia di dire di sì e defilarsi in ordine sparso con la testa china. Con la scusante che è stato lui, il Maestro, a chiederci se volevamo andarcene. Meglio abbandonare adesso di fronte ad una domanda così chiara… La tentazione è forte. Del resto, quando i nostri conti non tornano – e noi facciamo i conti spesso, anche quando non dovremmo tirare le righe, ma a noi piace calcolare… – è consigliabile fermarsi, tornare indietro, abbandonare l’impresa. A noi non viene in mente l’Eucaristia, quando i conti non tornano. Non ci viene in mente la logica del dono, che continua a mietere amore anche al buio, a far sgorgare acqua dalla roccia, a far fiorire la terra nel silenzio e nel nascondimento.

È la stessa logica splendida che san Paolo nella seconda lettura di questa domenica applica all’amore coniugale. Non facciamoci trarre in inganno dal linguaggio usato dall’Apostolo, dipendente dal codice domestico pagano. L’essere capo del marito o l’essere sottomessa della moglie sono la stessa cosa perché sono ad immagine del rapporto che unisce Cristo alla Chiesa, che è un puro rapporto di amore e di donazione reciproca: la Chiesa è sottomessa a Cristo, che ne è il capo amandola e salvandola, donando se stesso per lei. Come a dire che nel matrimonio si nasconde il segno umano più bello di quel capolavoro che è l’Eucaristia.

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