Nigeria: davvero solo una guerra tra agricoltori e pastori?

Che cosa sta succedendo in Nigeria? Ogni tanto l’informazione se ne occupa, parlando di numerose vittime. Proprio oggi la notizia è che nel fine settimana la mattanza ha provocato cento vittime tra i cristiani nello stato nigeriano di Plateau. C’è una querelle aperta circa la vera matrice di questa sanguinosa escalation di morti: c’è chi parla di un conflitto religioso e chi, invece, di un conflitto etnico. Ipotesi entrambi possibili nell’Africa nera. Dove sta la verità? Forse nel mezzo. In una intervista a Radio Vaticana mons. Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos e presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, ha affermato chiaramente che «il massacro è originato dallo scontro tra agricoltori e pastori», aggiungendo che «è doveroso intervenire per fermare questa mattanza». Il prelato ha anche precisato che «i pastori si trovano in conflitto con gli agricoltori, perché nelle crisi precedenti hanno perso i loro animali ed è questa, secondo me, la fonte del problema». Una violenza dettata, dunque, dalla crisi economica e non da lotte interreligiose. La tesi è stata sostenuta anche in altre occasioni, nonostante l’evidenza di un gruppo terroristico di chiara matrice musulmana quale è Boko Haram, che è il vero artefice delle violenze, e che non nasconde il suo scopo: far diventare la sharia – la legge coranica – la legge dello Stato, che vale per tutti, cristiani compresi. E qui, mi pare, che la tesi del semplice conflitto tra agricoltori e pastori traballi non poco…

Del resto, so dai miei studi sull’Africa del quarto e quinto secolo – quella magrebina nelle attuali Tunisia e Algeria ove operava il vescovo Agostino di Ippona – che fenomeni di diatriba religiosa avevano spesso un’origine sociale. Famoso è il caso della crisi donatista che insanguinò la Chiesa africana per oltre un secolo. La divisione era nata su un terreno religioso. Come occasione remota c’era la questione teologica della validità del battesimo amministrato dagli eretici. Come occasione prossima c’era una questione di disciplina ecclesiastica: come valutare la colpa dei cristiani che durante la persecuzione di Diocleziano avevano consegnato i libri della Bibbia, di fatto abiurando e divenendo traditores. Tutto si complicò, quando la violenza prese piede grazie al movimento di resistenza armata dei circoncellioni (così chiamati perché vivevano attorno alle cappelle erette a memoria dei martiri): costoro erano un po’ briganti (perché assalivano i viaggiatori) e un po’ terroristi (in quanto agivano nella clandestinità), ma è indubbio che all’origine della loro azione vi fossero anche motivazioni sociali (propugnavano una lotta contro i proprietari terrieri romani) e religiose (erano convinti sostenitori del donatismo contro la Chiesa cattolica). Insomma, un fenomeno complesso, in cui non mancarono episodi di violenza inaudita compiuta nelle chiese a danno di vescovi, preti e fedeli cattolici.

Mi pare comprensibile – pur nella distanza storica e geografica tra i briganti circoncellioni e i terroristi di Boko Haram – che quanto accade oggi in Nigeria debba essere valutato attentamente, senza cadere in due estremi che forse si sono rischiati anche nella lettura del fenomeno donatista: sbaglia sia chi trasforma un conflitto etnico in una guerra di religione, ma anche chi minimizza il chiaro indirizzo anticristiano che comunque il conflitto etnico tra pastori e agricoltori ha preso. Non mi risulta che in Nigeria tutti i cristiani coltivano i campi e tutti i musulmani allevano le pecore… Quindi, comprendo la prudenza nelle dichiarazioni ufficiali dei vescovi. Ma mi aspetto dall’autorità nazionale e dalla comunità internazionale una mobilitazione che tenga conto che a pagare sono soprattutto le popolazioni cristiane, spesso nell’atto di radunarsi nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Già questa scelta precisa di violenza trasforma di fatto un ipotetico conflitto etnico in una vera e propria persecuzione religiosa.

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