Corpus Domini: qui si forma un corpo!

Questa solennità è collegata strettamente al Cenacolo e all’istituzione dell’Eucaristia, ma, mentre il Giovedì Santo celebra per così dire l’origine di questo grande mistero, il Corpus Domini ne celebra l’effetto, il movimento che lo continua nel tempo e nello spazio della nostra storia. Sino a qualche anno fa pressoché in tutte le parrocchie questo era reso visibile da un gesto particolare, quello della processione eucaristica per le vie del paese. È ancora così in tanti luoghi, ma questa pratica ha un poco perduto il suo significato. Ricordo che negli anni Settanta si obiettava che la processione era un atto esteriore e trionfalistico, legato a tempi ormai superati. Un pizzico di verità in quella constatazione magari un po’ protestataria c’era, non tanto legato alla processione in sé, quanto al fatto che andava affievolendosi il legame tra fede e vita e andare in processione veniva visto come un gesto che identificava in un gruppo, che rendeva visibile un’appartenenza, che, invece, si voleva tenere nascosta e comunque ai margini della vita. Questo è il vero problema, ben più profondo del «processione sì, processione no» che costituiva un dibattito in quegli anni. Non è tanto l’Eucaristia che teme di finire nell’ostensorio e di girare per le vie del paese, ma è la nostra fede che non vuole mostrare la sua forma sociale. Quante volte restiamo in silenzio e senza fare nulla, mentre dovremmo dare la nostra testimonianza con le parole e con i fatti! Abbiamo magari anche fatto la comunione eucaristica nella Messa, ma poi non avvertiamo minimamente il cambiamento sociale che essa ha prodotto in noi: non ci sentiamo affatto il «corpo di Cristo» che cammina nel mondo di oggi e che è chiamato a continuare la testimonianza di Gesù Cristo per gli uomini e le donne del nostro tempo. Avevano ragione i giovani degli anni Settanta a stigmatizzare la processione eucaristica come un gesto esteriore, eppure l’Eucaristia ha un versante essenziale che è proprio all’esterno della chiesa, lontano dall’altare per essere più vicino all’uomo. La processione è un segno legittimo, solo che l’ostensorio dobbiamo essere noi, ed è in noi che gli uomini e le donne del nostro tempo devono vedere il Signore Gesù vivente ed operante. Il Corpus Domini viene ogni anno a ricordarci questa estensione sociale dell’Eucaristia, che non è solo presenza da altare e da tabernacolo, ma che è soprattutto presenza da manifestare nelle case e nelle strade. La processione è certo solo un segno di questa presenza. Possiamo anche fare a meno del segno, ma non certo di quella presenza che esso significa. Anzi, quella presenza eucaristica è ancora più urgente in momenti come quelli che stiamo vivendo, in cui la crisi economica e le comprensibili preoccupazioni rischiano di aumentare a dismisura gli spazi dell’egoismo e di togliere respiro alla carità. Fare la comunione eucaristica è, allora, il nutrimento più importante della settimana, quello che non deve mai mancare. Fare la comunione eucaristica, però, non è un atto privato e senza conseguenze: innesca una dinamica, un movimento che investe tutta la vita, in cui non siamo singoli individui ma persone che fanno parte di un unico corpo. La Comunione eucaristica è una macchina impastatrice che unisce la nostra farina all’acqua di vita e vi immette il lievito del Vangelo così che possiamo essere un unico pane. Pensate a quale miracolo avviene, ad esempio, dentro una famiglia che partecipa insieme all’Eucaristia domenicale: marito e moglie, magari già insieme ai figli, e i figli magari hanno già una loro famiglia e tutti insieme si cibano dell’unico Pane di vita per diventare ancora di più una famiglia che sia segno dell’amore di Dio… Pensate al miracolo parrocchiale in cui una comunità intera fa la comunione e viene trasformata in un grande ostensorio di Gesù… Noi facciamo la comunità – ed è un’operazione faticosa, perché ci chiede di smussare i nostri angoli – ma è il Signore Gesù a fare la comunione tra noi e a renderci quel corpus Domini che continua a camminare nel mondo. Dovremmo, in questa solennità, avvertire un brivido quando tra poco ripeterò le parole dell’Eucaristia: «Prendete, questo è il mio corpo». Ciascuno dovrebbe sentire la responsabilità di essere lui, insieme agli altri, questo Corpo di Cristo che si forma sull’altare.

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