Da Brindisi a Tavernerio, il «complottismo» duro a morire…

A Brindisi, l’arresto di Giovanni Vantaggiato – l’uomo che ha confessato di aver messo la bomba che ha ucciso Melissa Bassi – ha messo fine a tutte le ricostruzioni più o meno fantasiose sullo stragismo. Ci fu addirittura chi invocò – in clima elettorale – il coinvolgimento dello Stato, secondo una caricatura già più volte usata in passato. Misteri ce ne sono ancora, ma sembra assodato che il sessantottenne di Copertino ha agito perché – come dice lui – ce l’aveva con il mondo intero. Tipico esempio di chi si sente sempre vittima di un’entità superiore e che arriva, per questo, ad uccidere sparando nel mucchio. Siamo di fronte al peggiore degli assassini, perché il movente è la pura follia nutrita da quintali di egoismo e rancore. Aspettando gli sviluppi delle indagini – qualcuno pensa che debba esserci per forza un complice o un mandante – l’arresto del responsabile materiale della bomba posta davanti alla scuola brindisina ha tolto valore ad un mucchio di parole in libertà dette e scritte in prossimità del fatto delittuoso. Segnalo un articolo di Michele Brambilla che molto bene stigmatizza questa situazione. Egli conclude con parole significative, che mi hanno fatto riflettere circa un episodio cui mi è capitato di assistere proprio ieri.

Le parole di Brambilla: «Qualunque possa essere l’esito delle indagini di Brindisi, il complottismo è una patologia insidiosa anche perché contagiosa, visto che diffonde nei giovani la convinzione che ogni potere è sempre marcio, che ogni autorità è sempre menzognera. Cose non vere, perché nell’uomo c’è sì la libertà di compiere il male: ma la storia, e la vita di tutti i giorni, non sono fatte solo di trame, di imbrogli, di sopraffazioni e di violenze. Basta saper vedere la realtà nella sua totalità».

L’episodio di ieri mattina. Sono stato invitato ad assistere al dibattito di una scuola media – quella di Tavernerio – per ricordare Falcone e Borsellino. Era presente il prefetto di Como, dott. Michele Tortora, che ha risposto alle domande degli alunni. Tanti quesiti, a cui il rappresentante del Governo ha cercato di dare risposta in modo chiaro e pacato, puntando ad attualizzare la questione su un versante educativo nei confronti dei ragazzi stessi. Giusta preoccupazione, per non parlare sempre dei massimi sistemi e per far capire che la mentalità mafiosa è ben più radicata, purtroppo, delle stesse organizzazioni mafiose. Dietro di me, una persona adulta – che poteva essere una insegnante, visto l’autorità con cui parlava, pur sottovoce – era impegnatissima a catechizzare due alunni, imboccandoli con le domande giuste da rivolgere al Prefetto. Ebbene, nelle sue parole – anche un poco velenose – c’era proprio quella convinzione che ogni potere è marcio e ogni autorità menzognera, e quella convinzione cercava di trasmetterla agli alunni. Ho pensato: «Non è così che si insegna a diventare grandi!».

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