Lettera di un paziente prete…

Sul numero 5/12 di Ospedale Valduce News compare l’articolo che di seguito riporto anche nel mio blog.

In forza del mio ruolo – prete e parroco – mi capita spesso di avvicinare persone malate e sofferenti, magari andandole a trovare anche in ospedale. Non sempre è facile trovare la parola giusta. Ma con il tempo ho capito che l’umanità passa da una stretta di mano magari silenziosa. O da una chiacchierata leggera, che non va in cerca dei massimi sistemi o delle risposte eterne.  Anche Dio continua a passare dall’uomo, anche Lui accetta di perdersi nell’affabilità che condivide e cura, senza avere la pretesa di guarire (l’anima o il corpo, che poi sono un tutt’uno). Una breve degenza – con passaggio inatteso dal pronto soccorso al reparto di neurologia – mi ha regalato qualche riflessione.

Intanto, ho verificato come sia necessario lavorare in tanti e insieme per garantire a chi è ricoverato un luogo e un tempo accettabili. Basta poco per sfilacciare questa rete e aprire una falla, ma basta anche il poco responsabile di ciascuno per renderla davvero accogliente. Nessuno sta bene quando è in un letto d’ospedale, eppure sono piccoli gesti quelli che sanno regalare talvolta ben più di un sollievo.

Stare da prete in mezzo ad altri degenti è, poi, molto importante. Ma stare da preti in ospedale significa essenzialmente starci da uomini. Voglio dire: riconoscibili dall’umanità, quindi anche dalla fragilità, prima ancora che da chissà quale segno. Paradossalmente, più che di un cappellano in ospedale ci sarebbe bisogno di un prete malato in ogni reparto, di un malato che possa continuare ad essere prete anche da lì, con la capacità di far sparire la veste talare (che poi non si usa più) nel pigiama. O meglio, di lasciarla trasparire, in una sorta di ministero della condivisione… In fondo, questo è il segreto stesso dell’Eucaristia: Dio presente in un pezzo di pane spezzato, nascosto in un gesto umano.

Mi capita spesso di ricordare agli altri che i ricoverati in ospedale si chiamano “pazienti” proprio perché devono esercitare la pazienza. Virtù che si capisce solo cercando di viverla in prima persona, senza riuscirci sempre. Trascorrere qualche giorno e, soprattutto, qualche notte da paziente in ospedale mi ha rinnovato la percezione multiforme della sofferenza, non come un generico “si soffre” che non lascia alcun segno, ma come incontro con tanti “tu” e anche con un “io”. Spero di esser stato oltre che un paziente prete anche un prete paziente… e sussurro il mio grazie.

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One thought on “Lettera di un paziente prete…

  1. Ho saputo solo oggi che continui a. Scrivere sono contenta di averlo scoperto,ho letto solo meditazioni improvvise mi e piaciuto c,e la tua impronta .ti seguirò . Un ciao apresto.orsolina di melzo

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