La teologia di Vito Mancuso scivola spesso…

Vito Mancuso, Obbedienza e libertà, Fazi

La forza emotiva che spinge Vito Mancuso a pensare e a scrivere genera in me tanta simpatia. Ha ragione quando afferma che bisogna trovare un linguaggio nuovo per dire la verità della fede cristiana oggi. Eppure, anche l’ultimo libro – Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana (Fazi Editore) – segue i precedenti in una linea di destrutturazione dei cardini del cattolicesimo.

Mi indispettisce, soprattutto, che in un modo di procedere che vorrebbe essere logico e quasi sistematico si insinuano frequentemente degli scivoloni clamorosi, quasi del lapsus che sembrano dettati solo da un’acredine, da una polemica, non di rado astiosa, nei confronti della struttura ecclesiastica (da cui sembra salvarsi solo il cardinal Carlo Maria Martini, che il Mancuso riconosce come proprio maestro spirituale). Voglio fare due esempi.Parlando dei roghi degli eretici, l’autore scrive (a pagina 20) che uno dei motivi dell’orrenda pena era quello di impedire che i loro corpi potessero ricomporsi nel giorno dell’ultimo giudizio. Tesi che potrebbe essere discussa su un piano storico e anche dottrinale (ricordo che già sant’Agostino nel De civitate Dei discuteva questo problema e sosteneva che Dio non ha alcuna difficoltà a ricomporre corpi dilaniati nella risurrezione finale). Ma – ecco lo scivolone tipicamente mancusiano – egli sostiene che questo stesso motivo ha portato la dottrina cattolica a proibire per secoli la cremazione dei defunti (e cita un’istruzione del Santo Uffizio del 1926). Ora, è esattamente il contrario: non è la Chiesa che pensa impossibile la risurrezione da parte di Dio di un corpo cremato, ma è la Chiesa a proibire la pratica della cremazione (che «non è cattiva in modo assoluto», si sostiene proprio in quella Istruzione) perché i suoi sostenitori volevano introdurla in odio alla dottrina cristiana della risurrezione. Il giudizio negativo nei confronti della cremazione resta tuttora valido, se il motivo è questo. Quindi, per buona pace di Mancuso o per suo perpetuo arrovello, non è cambiato il giudizio della Chiesa sulla cremazione, ma essa si è adeguata alle nuove motivazioni – non più dottrinali e ideologiche – che spingono sempre più persone ad orientarsi verso la cremazione dei defunti.

Un altro passo del libro riguarda Benedetto XVI e la questione dei preservativi. Vito Mancuso (alle pagine 97-100) vede come positivo che il Papa nel libro-intervista Luce del mondo (2010) consideri finalmente il ricorso al preservativo come «un primo passo verso la moralizzazione, un primo elemento di responsabilità». Contrappone istintivamente e acriticamente a queste parole a quelle pronunciate da Benedetto XVI nel marzo 2009 in aereo durante il viaggio che lo portava in Africa. E si lascia andare ad un giudizio: il Papa, a distanza di un anno, è diventato più saggio! Ora, da un teologo e da un filosofo che vuole entrare anche nella cronaca ci si aspetterebbe un maggiore senso critico ed una capacità di lettura – quella che non hanno avuto immediatamente i media durante quel viaggio – delle parole del Papa. Dicendo nel 2009 che i preservativi «aumentano il problema» nella lotta contro l’Aids, Benedetto XVI voleva semplicemente dire che essi – in quel caso specifico – non aiutano proprio l’opera di responsabilizzazione, non contribuendo a cambiare stili di vita a rischio. Cosa che fu riconosciuta a distanza di qualche giorno di quell’intervista in aereo (dopo il consueto polverone mediatico) da chi si occupa del problema, rilevando che l’Aids è regredita nei Paesi africani non dove maggiore era la diffusione del preservativo ma solo laddove si operava in un quadro di educazione sessuale e relazionale. Quindi, non c’è nessun Papa divenuto improvvisamente saggio da un anno con l’altro…

Sembrano due particolari insulsi nell’economia di un libro di duecento pagine. In realtà il successo dei libri di Mancuso (l’ultimo volume si vanta di aver avuto due edizioni in tre giorni) si basa sull’attacco alla Chiesa autoritaria e dogmatica suffragato da queste incursioni nell’attualità. Troppo poco. Dopo il libro su Dio (egli la chiama «teologia fondamentale») aspettiamo – curiosi e anche un poco increduli – l’annunciata «teologia sistematica o dogmatica» di Vito Mancuso. Io continuo a nutrire simpatia nelle forza emotiva che lo spinge a scrivere, ma mi attendo che il nuovo linguaggio serva a dire le verità della fede cristiana, non a smantellarle…

 

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5 thoughts on “La teologia di Vito Mancuso scivola spesso…

  1. Interessante, come sempre riflessione, Don Agostino. Anch’io seguo Vito Mancuso. Non sempre e non dappertutto, però. Non ho ancora letto quest’ultimo libro, ma ho rilfettuto sul fatto del “preservativo” che “aumenta il problema”. E’ giusto citare i risultati delll’opera di educazione sessuale e relazionale ( ne avremmo bisogno anche in Italia…), ma , a rigor di logica, per educare ci vuole un pò di tempo, ce ne vuole molto meno per contagiare una persona non proteggendosi e proteggendo la sua vita da quell'”arma” impropria, usata senza criterio.
    Paradossale che da un atto che dà la vita si trasmetta la morte.
    Le parole del Papa hanno avuto un’eco enorme ( daltronde il Papa è il Papa e anche un suo starnuto è “papale” e fa “notizia”), ma anch’io non ho mai capito la logica di quella affermazione: come “aumenta il problema?” Impedisci , con un preservativo, di contagiare e dici che quel fatto aumenta il problema? Nei giorni successivi a quella dichiarazione “volante” ( fatta su un aereo) ne ho sentite di tuti i colori per suffragare le parole del Papa: a quella temperatura il materiale con cui sono fatti non è garantito, difficoltà nell'”indossarlo” per la scarsa igiene, poco scrupolo per evitare che si rompa…ma nessuno che dicesse che con “quell’affare” si evitava di ammazzare una persona, che non mi sembra poca cosa. Visto che la “volontà” di “usare” non era “controllabile”, almeno si controllavano gli effetti.
    Non poteva essere considerato valido come un primo passo, ma che era necessario liberarsi dalla falsa libertà che l'”aggeggio” induce, grazie ad una educazione costante, capillare e sistematica all’affettività?
    Capisco che i giornalisti fanno il loro , qualche volta sporco, lavoro. Ma proprio per questo le parole di un Papa devono essere calibrate al millimetro.
    Anche per non dare modo a Mancuso di scriverne in quel modo.

    • La frase pronunciata dal Papa sull’aereo era una risposta ad una precisa domanda di una giornalista europea che chiedeva conto della posizione della Chiesa in riferimento al preservativo come soluzione del problema dell’Aida in Africa, giudicandola come “non realistica e non efficace”. Il Papa rispose così: “Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con i soldi. Sono necessari, ma se non c’è l’anima che li sappia applicare, non aiutano. Non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo una, duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro; secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, una disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali per essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé anche veri e visibili progressi”. Come si vede, si tratta di una risposta ad una domanda e non di un intervento argomentato. Eppure si nasconde in queste parole del Papa una logica, che richiama una procedura non propugnata dalla Chiesa ma da alcune governi africani e da organizzazioni internazionali. E’ la famosa dottrina ABC (Abstinence, be faithful, use a condom; cioè: astinenza, fedeltà, condom; e in quest’ordine gerarchico) che è risultata vincente ad esempio in Uganda (vedi questo link). La lotta all’Aids funziona meglio quando il preservativo viene – insieme e dopo – una educazione all’astinenza e alla fedeltà di un unico rapporto. Si badi: non lo dice il Papa, ma è una risultanza statistica. Benedetto XVI, affermando che l’uso esclusivo del preservativo come metodo anti-Aids aumenta il problema, alludeva a questo dato e al fatto che, laddove uno si affida esclusivamente al preservativo (che non è infallibile!) e non intraprende prima un cammino di astinenza e di fedeltà, si espone ancora di più al rischio di infezione, perché si crede al sicuro grazie ad uno strumento meccanico (e non grazie ad un processo educativo e morale che lo riguarda come persona). Vale la pena approfondire anche il più recente caso Zimbabwe.

  2. Devo ammettere che la Sua capacità di sopportazione è degna del ministero che vive. Riuscire a simpatizzare per la forza emotiva di Vito Mancuso è davvero encomiabile. Mi rallegro anche della Sua collaudata capacità di puntare all’essenziale pure nei giudizi critici. Io sono molto lontano da tali capacità e perciò attendo paziente il giorno in cui nel corpo ecclesiale ci si deciderà ad affrontare questo “caso” per quello che è: una propalazione di eresie e di luoghi comuni (alcuni davvero fritti e rifritti) che nulla hanno a che fare con la vera teologia (parlo di quella cattolica ovviamente). Ormai è evidente anche a chi come me non è del “mestiere” che il professor Mancuso può dirsi filosofo, teosofo, riciclatore non tanto originale di numerose eresie del passato anche remoto, ma non può fregiarsi (a parte il pezzo di carta) del titolo di teologo, dando per buono lo statuto che il teologo cattolico dovrebbe rispecchiare (per chi fosse interessato, consiglio una breve ricerca sul sito del Vaticano per verificare chi e come può fregiarsi del titolo di teologo). Avrei piacere di conoscere un solo punto fondamentale della teologia o della dogmatica cattolica che il Mancuso non abbia contraddetto. Si badi bene: il pluriristampato prof. non è che ridice con sue parole i fondamenti della fede o che abbia trovato un linguaggio nuovo per il mondo post-moderno, no! Lui dice che la dottrina sul “peccato originale” è semplicemente immorale o che la resurrezione non ha cambiato un bel nulla e che i “dottrinalisti”, cioè quelli che recitano il Credo, sono un ceppo per la libertà dei credenti (se lo ricorda l’intervento di Mancuso a Como nell’ottobre 2010?) e via pontificando.
    La vanità del prof. attende di essere perseguitata per eresia, ma naturalmente questo sarebbe un favore troppo grande da concedergli e forse gli abbiamo attribuito uno spessore intellettuale un po’ sovradimensionato rispetto alla realtà. Credo invece che sarebbe opportuno favorire tutte quelle personalità che hanno avuto davvero qualcosa di nuovo da dire, ma nel solco della tradizione e senza doversi impegnare contro Papi, Vescovi e fedeli non adulti: sto pensando alla recente riscoperta di un J. Daniélou, lui sì, a suo tempo, “fatto fuori” ingiustamente; a un J. H. Newman o, per stare nell’attualità, a quel geniale filosofo anticonformista, a differenza di Mancuso, che risponde al nome di Fabrice Hadjadj. Ma l’elenco potrebbe continuare per alcune pagine e Lei ne potrebbe fornire ampia dimostrazione. E allora mi chiedo: perché nella nostra Chiesa non riusciamo a far circolare, formare e dare il giusto risalto a tutto ciò che, con Paolo VI, si potrebbe definire un pensiero veramente “cattolico”? Siamo così a corto di riferimenti per doverci ritrovare a parlare ogni due settimane dei soliti Mancuso, Martini, Cacciari, De Luca, Bianchi? Non sto chiedendo alcuna censura per gli esimi autori appena citati (sarebbe oltretutto un esercizio inutile visto che sono ben supportati dai grandi gruppi editoriali del pensiero unico), chiedo semmai di togliere la censura agli autori che potrebbero farci respirare aria pulita, farci salire di livello e nutrirci di qualcosa che ha a che fare con la verità, con la bellezza, con la mitezza, senza spocchia né profetismo d’accatto. Quando parlo con i ragazzi (anche con i miei figli) mi accorgo che c’è un’attesa smisurata che qualcuno dica loro una parola che risponda a domande vere, che apra scenari infiniti dove poter coltivare un senso compiuto della propria esistenza, senza inculcare inutili incertezze (lasciando aperte invece le domande sulle incertezze drammatiche della vita), accompagnati dalla sapienza millenaria della Scrittura, dei Padri, del Magistero, della Tradizione. Non è vero che essi attendono un linguaggio nuovo, astruso, fatto di teosofiche elucubrazioni sulle vibrazioni dell’universo: quando invece parli loro della carne, dell’umano in tutte le sue sfaccettature, dei suoi drammi, della sua immagine divina, del soprannaturale, dello Spirito di Dio che agisce in noi, quando racconti loro delle risposte trovate da giganti come Filippo Neri o Francesco di Sales o Franceso d’Assisi o Pier Giorgio Frassati o dai padri del deserto, ecc. ecc. vedo illuminarsi i loro occhi (e scopro qualche bocca aperta come i bambini). Non mi è ancora capitato che quei giovani rimangano attratti dalle argomentazioni dei “sapienti” di turno (e parlo anche di ragazzi non necessariamente cristiani, né frequentatori di parrocchie). Forse stiamo sbagliando qualcosa a dare importanza a questi “maestri” che hanno davvero poco di nuovo da dire, anche se con parole affabulanti.
    Ad maiorem Dei gloriam.

    • E’ vero. La Chiesa – intendo il Magistero ma anche la Teologia – dovrebbe trovare una via di mezzo tra il silenzio e la parola. A me dà fastidio che si faccia finta di niente… Ma questo, purtroppo, è lo stile che nella Chiesa va per la maggiore: quando si vuole “uccidere” qualcuno lo si punisce con la “congiura del silenzio”… E le assicuro che non parlo per sentito dire!

  3. Pingback: Ecco cosa pensano i veri teologi di Vito Mancuso | UCCR

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