Corsivo. Ma la tassa sulla prima casa è giusta?

Ancora il nodo delle tasse. Circa il dovere morale di pagarle non si discute. Ma una volta stabilito questo solenne principio – che si fonda sul fatto che le entrate fiscali servono a contribuire al bene comune – restano aperti almeno due versanti di discussione. L’uno riguarda il corretto utilizzo degli introiti fiscali, che talvolta finiscono ad impinguare un bene niente affatto comune: sprechi e ruberie non sono un’invenzione della fantapolitica, purtroppo. Ebbene, mi pare che si possa dire che la corruzione non giustifica comunque l’evasione. Semmai, il cittadino s’impegnerà a cambiare i governanti corrotti, ma non può venir meno all’obbligo di pagare le tasse.

Un altro versante di discussione concerne, invece, l’equità della tassazione. Qui – credo – l’opinabilità di certe scelte lascia aperta anche la via della protesta e dell’obiezione fiscale. Si pensa di solito alle spese militari che incontrano ostilità in ambienti pacifisti: in passato si giunse a scelte pubbliche di obiezione fiscale su questo terreno da parte di cittadini che accampavano il diritto di poter decidere che i propri soldi non venissero destinati per determinati scopi. Credo che una tassazione che tocca o supera il 50% del reddito – il che fa sì che uno lavori per lo Stato sino a giugno se non oltre – sia esagerata, soprattutto se il cittadino ha la sensazione, poi, che la sua fatica non venga ripagata sul piano dei servizi da parte dello Stato. Credo che il continuo ricorso alla tassazione sulla benzina – la famosa accisa – sia un modo sbrigativo per fare cassa, colpendo nel mucchio e contando sul fatto che tutti usano la macchina.

Ma, soprattutto, continuo a credere che la tassazione sulla prima casa sia una imposta profondamente iniqua e particolarmente odiosa. Nel dibattito politico attorno all’Imu noto timidi segnali di protesta, mentre prevale una sostanziale connivenza nell’accettare questa tassa come un male minore e comunque inevitabile data la situazione ereditata dal passato. Qualcuno sostiene che, in fondo, anche avere una casa in proprietà è diventato un lusso. Ci si dimentica, però, della fatica che, a partire dagli anni Cinquanta, tante famiglie italiane hanno fatto per arrivare a godere di questo beneficio (che mi rifiuto di considerare un lusso!). A fronte di tagli che non vengono fatti – vedi il finanziamento pubblico dei partiti, che andrebbe eliminato del tutto e su cui invece tutti nicchiano… rimandando ogni decisione – ci si rivale tassando ulteriormente i cittadini e, soprattutto, le famiglie.

Peccato che su questo argomento ci si debba affidare a posizioni estreme – e magari interessate – di formazioni politiche che cercano il consenso sul terreno della protesta. Peccato che non si sentano esponenti politici dichiaratamente cattolici esprimere posizioni nette e coraggiose, anche se controcorrente. Peccato che non arrivi un pensiero chiaro nemmeno dalla Chiesa, almeno dal suo livello più alto: quando si parla di questo argomento, mi aspetterei di sentir dire che la tassazione sulla prima casa è iniqua, che bisogna pagarla ma che resta iniqua! Mi sembra ovvio, infatti, che l’insegnamento della stessa Dottrina sociale della Chiesa vada nella direzione dell’obbligo morale a pagare le tasse, ma esagerazioni ed iniquità portano al rischio di una esplosione sociale e di scelte di rottura o di mini-evasione quotidiana che dovrebbero preoccupare. Ripeto: lasciare che su questo terreno di giustizia fiscale prolifichi l’estremismo è assai pericoloso.

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