Eucaristia negata a un disabile. C’è da rabbrividire…

A Porto Garibaldi (Ferrara) il parroco don Piergiorgio Zaghi non ha ammesso alla Prima Comunione un bambino affetto da un grave handicap mentale, giudicandolo incapace di comprendere la portata del sacramento. Il vicario generale della diocesi estense, mons. Antonio Grandini, ha sostanzialmente approvato la decisione del parroco, sostenendo: «Non c’è stata alcuna discriminazione: per ricevere il sacramento il ragazzino dovrebbe almeno distinguere il pane dall’ostia, e questo al momento non è avvenuto». C’è da rabbrividire!

Verrebbe da domandare al mio collega parroco e all’illustre monsignore se sanno stimare quanti di coloro che si sono accostati all’Eucaristia nella domenica di Pasqua – alcuni lo fanno solo una volta all’anno, come prescrive un antico precetto – comprendono la portata del sacramento e si accostano alla Comunione sapendo Chi vanno a ricevere. Ma costoro sono adulti e capaci di intendere e volere e hanno diritto a quel gesto… e poi, se ci si prova a rifiutare la comunione, possono protestare vibratamente. Invece, quel bambino non capisce e, quindi, si può privarlo dell’Eucaristia – da celebrare in una Messa festosa di Prima Comunione insieme ai compagni che con lui hanno condiviso almeno in parte il cammino di preparazione catechistico – adducendo motivazioni che saranno anche giuridiche ma che manifestano proprio quella scarsa comprensione del significato dell’Eucaristia che si vorrebbe addebitare al giovane disabile. Chi non sa distinguere il pane dall’Eucaristia? Proprio chi lo nega in nome di una pretesa inadeguatezza mentale! Il Dono che Gesù ci ha lasciato, da ripetere in sua memoria, nella memoria della sua Croce, come può essere negato ad un piccolo che su quella Croce ci sta in prima linea? Quale immagine dell’Eucaristia si offre agli altri bambini, che in questo momento si stanno domandando se quel loro compagno è stato così cattivo o anormale per non aver potuto ricevere Gesù nel suo cuore, esattamente come loro?

Naturalmente la notizia di quanto avvenuto nella diocesi di Ferrara ha suscitato vibranti proteste e ha prestato il fianco a chi già accusa la Chiesa di essere fonte di discriminazione. Ma non è questo l’aspetto più preoccupante della vicenda. Come ho scritto nell’omelia del Giovedì Santo, c’è da chiedersi se non abbiamo ridotto l’Eucaristia da dono a precetto, con la conseguenza che il precetto si è così affievolito da essere allegramente snobbato. C’è da chiedersi se dietro un rispetto farisaico delle regole non si nasconda una reale distanza dall’uomo, che si fa sempre più profonda, purtroppo. Ho sperimentato di persona l’ottusità con cui – da parte dell’autorità ecclesiastica competente – si pongono ostacoli a chi, per esempio, vuole diventare cristiano, nascondendosi dietro un armamentario di codicilli che di fatto allontanano dalla Chiesa di Cristo. Il rispetto vero – delle regole, ma prima di tutto dell’uomo – è altra cosa…

Ci sarebbe da fare un’ulteriore riflessione, alla luce del fatto avvenuto a Porto Garibaldi. Mi verrebbe da domandare a quel parroco e a quel vicario generale: pur compresa intellettualmente la distinzione tra pane e ostia, il corpo reale di Cristo è l’ostia oppure l’uomo, magari crocifisso da una sofferenza innocente, in cui Cristo ha deciso di essere visibile e incontrabile? La domanda, evidentemente, non vale solo per il piccolo disabile. E’ una profonda questione teologica (e insieme pastorale) che interroga continuamente la Chiesa, corpo di Cristo, e che riguarda il rapporto tra i sacramenti e la vita, tra segno e significato. Domande per acculturati, dirà qualcuno. Forse è così, ma vale la pena farsele.

Resta lo sconcerto per un Tesoro negato e per una inutile sofferenza inferta alla famiglia di quel bambino, e proprio da chi Gesù dovrebbe insegnare a donarlo. Spero in un ravvedimento, pur tardivo. Spero che chi di dovere impari lui a distinguere tra un’ostia da deglutire e il Pane di vita da spezzare…

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10 thoughts on “Eucaristia negata a un disabile. C’è da rabbrividire…

  1. La considerazione che l’Eucarestia sia diventata un “premio” e non più un “dono” ce l’ho da parecchio. E la cosa mi spiace. Leggo nel Vangelo che il sacrificio di Gesù non è stato capito subito dagli apostoli. Questo non gli ha impedito di sacrificarsi. Se è fatto per amore, chi ama non aspetta che l'”amato” sia “pronto”. Ama e basta. E si dona per quanto gli “chiede” il suo amore. Perchè allora, oggi, si ha la sensazione che un gesto “d’amore” sia diventato nel tempo un “premio ” da dare “solo a chi è in Grazia di Dio”? Chi è VERAMENTE in grazia di Dio? Come si “misura” questo stato di “grazia”? Io sono malato. La medicina per guarirmi è Gesù. Se non prendo la “medicina” non guarirò mai. E qualcuno mi dice che, per prendere la “medicina”, devo essere già “guarito”. C’è qualcosa che non mi torna. Mi domando se in qualche modo un eccesso di zelo stia privando di Gesù le persone più bisognose del suo Amore. Che si è donato prima che noi fossimo pronti, prima che capissimo.
    Che bello se la Chiesa si interrogasse sull’argomento. E’ ancora possibile o si penserebbe a una “collegialità” che per alcuni rappresentanti della Chiesa, resi autorevoli da un microfono davanti alla bocca in una radio dal nome di donna, è come l’aglio per il vampiro?

  2. Grazie per la risposta. Leggo una spiegazione accettabile, a parer mio. Ma il tema centrale: se l’Eucarestia sia “premio” o “dono”, rimane. Almeno per chi è dotato di coscienza. La speranza è che la Chiesa parli “una” sola lingua. In sintonia con l’orientamento dell’Amore di Gesù per l’umanità intera.

    • Il link ad Avvenire non era una risposta alla tua riflessione. Per correttezza l’ho aggiunto, affinché si possa conoscere la motivazione della scelta fatta dal parroco ferrarese, che così appare forse meno grave, ma comunque pastoralmente goffa: l’Eucaristia a tutti gli altri, a quel bambino solo una carezza; a tutti il dono di Dio, a lui solo un bellissimo gesto umano. Sarebbe come se Gesù avesse deciso nel Cenacolo durante l’ultima cena di non dare il pane ed il vino a Giuda (e nemmeno a Pietro!) e di non lavare loro i piedi. Io sono sostanzialmente d’accordo con te circa l’Eucaristia come dono, né precetto né premio. Infatti, l’Eucaristia toglie il peccato (ogni Messa si apre con un atto penitenziale ed una assoluzione) e con il Battesimo è il più potente perdono che ci sia! Il problema a me pare, però, ancora più profondo: manca oggi non solo una disposizione morale all’Eucaristia, ma una tensione ad accoglierla come Dono. Se non si capisce il dono, figurarsi il perdono… Io credo che se la Chiesa dovesse liberalizzare il Farmaco dell’Eucaristia – permettimi di usare questo linguaggio un poco ardito – non aumenterebbe il numero dei peccatori in… farmacia! Io credo che si debba compiere una grande opera educativa, e forse un fatto come quello di Ferrara non aiuta ad andare nella direzione giusta. Grazie di cuore per la tua riflessione.

  3. L’intervista del vescovo di Ferrara a Radio Vaticana, ripresa sul sito di Avvenire – http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/intervista-al-vescovo-di-ferrara.aspx – chiarisce ulteriormente la vicenda e salva, forse, la buona fede di chi ha preso una decisione che ha creato così tanto clamore. Ma non vi sembra un po’ strano quel consiglio dato in Curia ai genitori del bambino disabile? «…gli è stato detto di fare una cosa: mandare il figlio in Chiesa, il giorno della Prima Comunione, insieme agli amici, seduto sugli stessi banchi. Il parroco si sarebbe avvicinato al bambino, avrebbe fatto per lui la stessa gestualità, gli avrebbe dato una carezza e, in questo senso, quell’eventuale percezione che il bambino avrebbe potuto avere nel dire ‘i miei amici sì ed io no’, sarebbe stata scongiurata». Come dire: “mimare” la comunione…

  4. Chi non sa distinguere “il pane dall’Ostia” è in grado di comprendere di essere discriminato de altri hanno qualcosa che lui non ha? E’ una domanda fatta nel solco della logica della prima affermazione. Non ho risposte, sarebbe bello sentire il parere di un esperto. Ma, in sè, la cosa mi sembra un nuovo tentativo di “ricucire” una situazione nata un pò “storta”. Se è vero, com’è vero, che Dio governa il mondo: cosa sta dicendo alla Chiesa in questo momento? Al netto della stampa scandalistica, che trova una ragione di vita nell’intingere il pane negli scandali, veri o presunti della Chiesa, il “metro di misura” della Chiesa dovrebbe essere quello che parte dalla terrra e arriva al Cielo, perchè tende al Cielo. In questa prospettiva a nessuno viene in mente che, forse, è quantomai necessario un “riposizionamento” delle modalità con cui si “formano “i cristiani? Per prima cosa: più fiducia in Dio. “Voi raccogliete ciò che altri hanno seminato”. Noi non vedremo i frutti del nostro “lavoro” e la fretta di vederli subito è, spesso, una cattiva consigliera, che risponde soprattutto alla vanità di chi si sente “indispensabile”. E poi un ribaltamento del ruolo della gerarchia. da fuori sembra “comandare”, sedersi tra i posti più importanti, amare il plauso della gente, evitare i problemi, ma nel vangelo si legge che “chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. (Mc10, 42 – 45)…. e i conti non tornano. Basta alzare gli occhi dal Vangelo per vedere che non si trova “attualizzata” quella parola. Dare un senso a cosa significhi servire aiuterebbe molto la percezione di una Chiesa che ama, che non cerca di “imporre” valori “non negoziabili”, ma che li vive lei per prima e aspetta solo che gli altri le chiedano conto della sua speranza. Un cristianesimo “industriale” non so dove possa portare…la nostra generazione è passata attraverso il catechismo obbligatorio, l’ora di religione e una iniziazione cristiana molto più assidua di quanto si possa fare oggi. Dove siamo finiti? Dove sono tutti quei “cristiani”? Se il metodo fosse stato efficace, dovremmo avere le Chiese piene…
    MI fermo per non annoiare. Ti ringrazio, Don Agostino, con il tuo blog accendi luci sulla realtà e condividi un pò dello Spirito che abita in te.

  5. Io mi faccio una semplice domanda , quando Gesù istitui l’eucaristia in quell’ultima cena ,gli apostoli erano tutti in grado di comprenderne il significato ?

  6. Fa davvero rabbrividire, don, la notizia e personalmente mi ferisce nonostante i tentativi, in verità alquanto maldestri, di giustificare il fatto. In parte però la cosa non mi stupisce e quasi la capisco, non la giustifico, ma la capisco. Innanzi tutto credo di poter dire che la persona disabile, in particolare la disabile intellettiva, resta per molti un mistero. La conosce davvero solo chi ne condivide tutta o in parte la vita, chi la ‘guarda’, chi la ‘tocca’, chi affina nel tempo i suoi sensi per cogliervi messaggi ad altri invisibili, sconosciuti, scoprendo così la ricchezza che la abita, una ricchezza dono di Dio, che forse proprio nella creatura più compromessa riflette meglio la Sua grandezza.
    Forse quel parroco, quel Vescovo non sono abituati ad un tale esercizio di osservazione e condivisione.
    In secondo luogo, per giungere a parlare di Eucarestia, confesso che per un lungo tratto della mia vita io stessa l’ho considerata strettamente legata a ‘conoscenza’ e ‘merito’. Erano altri tempi, mi insegnavano il catechismo di san Pio X, sul quale peraltro ero ferratissima data la buona memoria, portandomi a credere che il Signore ‘stesse’ nelle notizie/nozioni su di Lui. Inoltre dovevo essere buona e brava per poter ricevere Gesù ed entravo in crisi al momento della comunione quando mi tornava improvvisamente alla mente un peccato commesso dall’ultima confessione. Potevo? Non potevo? Diventata insegnante e poi catechista si rafforzò in me la convinzione della necessità di una preparazione ‘scolastica’ per i sacramenti, magari non più nozionistica e mnemonica come la mia, ma comunque sempre legata a conoscenza e comprensione.
    Poi a cambiarmi è arrivata Caterina, una figlia gravemente disabile che il Signore mi ha affidato per 27 anni per poi richiamarla al Cielo. E allora, grazie anche alla guida delle persone che la seguivano a La Nostra Famiglia, grazie alla loro pazienza e al loro entusiasmo, ho capito che il dono di Gesù risorto era davvero per tutti, forse anzi con una “preferenza”, se così si può dire, per chi più ne ha bisogno, per il debole, per il fragile, per il semplice che non arriva a capire.
    Ricordo con nostalgia ed emozione il giorno della sua Prima Comunione a Lourdes con i pellegrini de La Nostra Famiglia, un giorno a cui noi genitori ci eravamo preparati, al posto suo, con impegno e gioia, con uno spessore di spiritualità che mai avevamo neppure sfiorato in occasione dei sacramenti degli altri figli.
    Continuo ad essere catechista e ai miei ragazzi, che hanno coscienza e intelligenza, chiedo di impegnarsi a conoscere Gesù, a cercare di capire la grandezza del suo dono e a conformare al suo insegnamento le scelte delle loro vite, ma soprattutto mi sforzo di trasmetterne la Bellezza e di comunicare la gioia che in Lui possiamo sperimentare.

  7. Mi pare di avere capito che era solo una prova propedeutica,non proprio il sacramento della Prima comunione,che dovrebbe avvenire in maggio.A maggio mi auguro che a quel bambino sia offerto il Corpo di Cristo,indipendentemente dalle sua capacità psichiche : nel suo cuore c’è il massimo della purezza.Se poi sputasse l’ostia perché non capisce,resta intatto l’atto di amore di Cristo che si dona a quella creatura così fragile e in ogni caso Cristo entrerà ugualmente in quel cuore così puro : l’atto di amore di Gesù non è un “do ut des” (do se dai) . La salvezza non dipende dai meriti di ognuno,ma dipende solo dalla grazia e dalla misericordia del Verbo di Dio che ci fa dono dello Spirito Santo Divino. E’ da giudaismo farisaico pensare che per unirsi a Cristo debbano sussistere determinati requisiti. Cristo si dona anche agli indegni,figurarsi ad un’anima pura come quella del bambino disabile :forse non sarà mai capace di intendere e di volere,ma il suo cuore è il più puro di tutti. Coraggio,fategli fare la Prima Comunione : non fa niente se sputa fuori l’ostia perché il Corpo di Cristo è un Corpo Mistico ed entra in noi non secondo leggi umane,ma per intervento divino.

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